(ASI) Nel suo girovagare per l’Italia nel tentativo di convincere gli italiani a votare Sì il prossimo 4 dicembre, il premier Matteo Renzi ama ripetere che il nostro paese aspetta queste riforme da 30 anni.
Una frase bella e ad effetto che però non corrisponde minimamente alla realtà visto che dal ’94 ad oggi in appena 6 legislatura sono state varate circa 60 riforme. Un dato che un presidente del Consiglio non può non conoscere ma evidentemente sfuggito a Renzi.

Dalla fine della I Repubblica “riforme” appare infatti la parola più utilizzata dai politici italiani e tutti i governi che si sono succeduti in questi anni hanno varato una qualche riforma, anche se dopo ogni cambio di maggioranza abbiamo spesso abbiamo assistito alla controriforma, senza dimenticare quelle annunciate e mai varate.

Molte le riforme promesse da Berlusconi e dal suo primo governo anche se alla fine il bilancio è stato alquanto misero: abolizione degli esami di riparazione per volontà dell’allora ministro D’Onofrio e Riforma delle pensioni, il cui iter iniziò durante il governo del Cavaliere ma fu portata a termine dal successivo governo Dini; con la nuova norma venivano stabiliti nuovi requisiti d’età e di anzianità.

Nella legislatura successiva, quella che vide al potere la sinistra con quattro diversi governi in cinque anni, varie le riforme da citare in diversi settori. La scuola fu al centro dell’attenzione in ogni ordine e grado per mano del ministro Berlinguer che operò con un paio di norme con finalità differenti: la prima stabilì l’innalzamento dell’obbligo scolastico, cambiò l’esame di maturità, che si svolgeva in modalità sperimentale dal 1968, ed introdusse il concetto di autonomia scolastica, una delle norme per cui oggi molti istituti non hanno a disposizione fondi per pagare i supplenti. Venne varata anche una complessa riforma dei cicli scolastici che venne però cancellata nella successiva legislatura dalla nuova maggioranza di centrodestra. Sempre l’ex rettore dell’Università di Siena riformò poi l’università applicando il sistema europeo basato sul cosiddetto 3+2, con una laurea di primo livello che si consegue dopo 3 anni ed una magistrale al termine di un successivo biennio. Sempre in quegli anni arrivò una prima riforma della giustizia che introdusse piccole novità tra cui la possibilità per gli avvocati di svolgere indagini, alcune norme che nelle intenzioni dovevano sveltire i procedimenti e soprattutto rese il primato del contraddittorio, la terzietà del giudice e la ragionevole durata del processo dei principi costituzionali.

Sempre in quegli anni arrivano poi le prime, ancora timide, liberalizzazioni di Bersani che in seguito diventerà famoso per le sue lenzuolate durante il II governo Prodi; una prima timida riforma del mondo del lavoro con il pacchetto Treu che diede la prima regolamentazione ufficiale al lavoro interinale in Italia; più o meno in contemporanea venne varata la legge Draghi sulle Opa e la scalata alle società quotate in borsa. La più complessa e importante riforma varata dal centrosinistra in quegli anni è però sicuramente quella relativa al Titolo V della Costituzione che di fatto introdusse il federalismo sottraendo competenze esclusive allo Stato centrale ed affidandole alle Regioni; successivamente il centrodestra provò a fare una propria legge sul tema per cambiare la normativa ma gli italiani in un referendum del 2006 bocciarono le proposte di Lega e Casa delle libertà mantenendo in vigore il testo varato durante il II governo Amato.

Il “riformismo all’italiana” ha probabilmente avuto il suo periodo più fecondo tra il 2001 ed il 2006 sotto la maggioranza di centrodestra. Famosa è la legge Biagi in merito al mondo del lavoro che offre una forte flessibilità in entrata e non molte tutele in uscita, che prende il nome dal giuslavorista che lavorò alla testo ma venne ucciso dai brigatisti prima dell’approvazione di questo pacchetto. Venne modificato il fisco tramite una riduzione delle aliquote, vennero abolite le tasse di successione e donazione. Come già accennato nel comparto scolastico venne abolita in parte la norma voluta da Berlinguer con la nuova riforma Moratti che agì prevalentemente sulle materie di studio e che nelle superiori introdusse, quanto meno negli istituti professionali, periodi di apprendistato da affiancare a quelli passati in aula, oltre ad una rivisitazione complessiva dell’ultimo ciclo scolastico. Con la legge Bossi-Fini venne rivista la norma in materia di immigrazione, tra le altre riforme principali va sicuramente ricordata quella relativa alla legge elettorale che introdusse il Porcellum e concesse il diritto di voto agli italiani all’estero.

Tra le altre riforme degne di menzione quelle relative al Diritto fallimentare, a quello societario e per gli enti di ricerca. Capitolo a parte invece quello della riforma dell’ordinamento giudiziario fortemente voluto dall’allora guardasigilli Roberto Castelli; questa prevedeva la separazione delle funzioni, una nuova disciplina per la formazione e la selezione dei magistrati, una nuova disciplina, più meritocratica, per l’avanzamento di carriera, una nuova organizzazione delle procure ed un forte decentramento funzionale. Nel 2005 il governo approvò la nuova disciplina ma nel 2006 la maggioranza di centrosinistra abolì la riforma varando quella del nuovo ministro di Giustizia Clemente Mastella, che in pratica riportava la situazione al 2004. Altra riforma tentata fu quella delle pensioni che sarebbe dovuta entrare in vigore nel 2008 ma che un anno prima fu stoppata da una norma voluta da Prodi e dal ministro del Lavoro Damiano che sostanzialmente lasciò la situazione che si era creata con la norma Dini. Nella XV legislatura, durata appena due anni, detto della controriforma Mastella e di quella pensionistica una sola la riforma degna di nota: quella di Bersani sulle liberalizzazioni. Le famose lenzuolate dell’ex segretario Pd stabilirono, tra l’altro, l’abolizione del tariffario per gli ordini professionali, una forte tracciabilità dei pagamenti, e la portabilità gratuità del mutuo da un istituto di credito ad un altro. Per quanto riguarda la successiva legislatura da menzionare la riforma Brunetta sul Pubblico impiego, l’introduzione del federalismo fiscale, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e una tentata riforma energetica che prevedeva il ritorno al nucleare per fini civili, norma abrogata dagli italiani tramite referendum. Tutte misure nate sotto il IV governo Berlusconi. La più famosa e importante riforma dell’ultimo lustro si è però compiuta sotto il governo Monti per volontà dell’ex ministra Elsa Fornero che accelera il passaggio ad un sistema contributivo pro-rata per tutti i lavoratori, innalzando i requisiti necessari al pensionamento.

Anche il governo Letta, durato poco meno di un anno ha provato a fare alcune riforme, ma sceglie di puntare su una Bicamerale composta da 42 membri che però a causa delle difficoltà dell’esecutivo non vedrà mai la luce.

La prima riforma varata dal governo Renzi, che aveva annunciato una riforma al mese, è quella elettorale. Tra molti malumori nella stessa maggioranza Pd e Ncd varano infatti l’Italicum, sistema elettorale valido solo per la Camera dei deputati che prevede liste bloccate, ballottaggio tra i due partiti più votati al primo turno e premio di maggioranza in nome della governabilità. Più in meno in contemporanea con la legge elettorale il governo riforma anche il mondo del lavoro con il Jobs Act che prevede contratti a tutele crescenti per i lavoratori e la possibilità per i datori di lavoro di licenziare il personale, anche con contratto a tempo indeterminato pagando un indennizzo legato all’anzianità del dipendente.

Legato al Jobs Act la riforma della Pubblica amministrazione, riforma Madia, che prevede tra l’altro la possibilità di licenziare i dipendenti statali, la riorganizzazione delle forze di polizia e la soppressione del Corpo forestale dello Stato.

La riforma più importante stilata e varata dal governo dell’ex sindaco di Firenze è sicuramente quella Costituzionale che prevede profondi mutamenti nel Senato, non più eletto dai cittadini ma composto da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica in carica per 7 anni; la riscrittura del Titolo V con una revisione delle competenze tra Stato ed enti locali; la soppressione delle Province.

Anche il governo Renzi si cimenta nella riforma della Giustizia con un decreto-legge relativo allo smaltimento dell’arretrato nel processo civile e alcuni disegni di legge relativi al contrasto alla criminalità organizzata e ai patrimoni illeciti, alla responsabilità civile dei magistrati, all'efficienza del processo civile, alla riforma organica della magistratura e dei giudici di pace e la riforma del libro XI del codice di procedura penale. Collegati alla riforma della giustizia anche la depenalizzazione di alcuni reati più lievi e l’abrogazione di altri.

Le mani del governo hanno riformato anche la Rai.

Una sentenza della Consulta che aveva bocciato e dichiarato incostituzionale la Riforma Fornero obbliga il governo a rivedere anche le pensioni. Dal I agosto 2015 viene così restituito una tantum di parte della pensione persa sotto il governo Monti sotto forma di assegno, per tutti quelli che percepiscono meno di 3200 euro lordi al mese. La misura riguarda 3,7 milioni di pensionati, per un gettito stimato in due miliardi e 180 milioni. Prevista anche la reintroduzione a pieno regime dell’indicizzazione pensionistica con un leggero aumento della rivalutazione sempre per i redditi fino a 3200 euro.

La Buona scuola determina invece una vera e propria rivoluzione nell’istruzione. Con questa riforma il governo cerca di risolvere l’annoso problema delle graduatorie ad esaurimento degli insegnanti. I precari vengono ora assunti su tutto il territorio nazionale in base alle preferenze provinciali espresse dagli stessi insegnanti, norma di fatto scritta dalla corte di Stasburgo che ha condannato l’Italia per non aver regolarizzato i tanti docenti che avevano svolto supplenze per oltre 36 mesi. La riforma determina anche una forte contrazione degli insegnanti di sostegno che tornano a lavorare solo sui casi più gravi, come venti anni fa, e non più sui Bes, maggiori poteri ai presidi per quanto attiene alle assunzioni.

Fabrizio Di Ernesto - Agenzia Stampa Italia

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