(ASI) Padova - In questi giorni, in qualche quotidiano locale si poteva apprendere la notizia di una possibile sospensione delle Messe per i Caduti, in quanto vi sarebbero dei presenti di fede islamica.  
Strana considerazione, considerando che una Messa in ricordo dei nostri morti nel primo conflitto mondiale, non andrebbe certo a collidere con gli immigrati o con i nostri connazionali che abbracciano un credo religioso diverso.

Questo pressapochismo ci fa comprendere quanto lontano sia il 4 novembre 1918, da un punto di vista morale ed umano. Non solo si è ridotta questa ricorrenza ad una giornata qualsiasi, quando un tempo, era Festa Nazionale festeggiata da ogni italiano, ma si tenta persino di bloccarne il ricordo, con pretesti assurdi.

C’è da ricordare, in primo luogo, che quell’immenso conflitto, è stato combattuto anche per le generazioni a venire. Chiunque abbia aderito alla guerra, (poi successivamente, pentendosene, in certi casi), voleva cambiare in qualche modo lo stato comatoso, pietrificato dell’Italia del 1915. Il parlamentarismo, l’Italia rinunciataria si contrapponevano ad una voglia di riscatto, per l’Italia stessa e per i suoi lavoratori. Le motivazioni interventiste, erano difatti molteplici. Nelle fila, trovavamo sindacalisti rivoluzionari e nazionalisti, socialisti intervenisti di sinistra, democratico – mazziniani, ed irredentisti. Possiamo per la prima volta, parlare di una grande emigrazione di ritorno, grazie alla quale, parecchi connazionali, lasciarono i continenti ove si erano costruiti una nuova esistenza, per servire la loro Patria naturale. Un esempio per tutti fu il Fratello di Fabio Filzi, Fausto. (1)

In un’epoca in cui si parla costantemente di migranti e di profughi, troviamo cent’anni orsono, tutti quelli eventi che sono stati precursori dei tempi odierni. Se pensiamo alle migrazioni ed ai trasferimenti coatti di popolazione, la Grande Guerra fu proprio questo. Quando le Valli furono “invase” da eserciti contrapposti, ci furono grandissimi spostamenti di popolazione. I primi profughi, furono proprio quelli dopo la rotta di Caporetto e la successiva invasione di Friuli e parte del Veneto dell’esercito della Monarchia austro – ungarica. “Profughi ovunque dai lontani monti, venivano a gremir tutti i ponti”, recita una nota della Canzone del Piave, per indicare quanti dovettero lasciare, dalla sera alla mattina, case, averi, beni, per scappare anche lontanissimi, in Campania, in Sicilia, in Puglia, dove i veneti erano accusati di “rubare loro il pane” . In questo contesto, per la prima volta, nacquero i termini profugato e profuganza. L’esser “profugo” e il suo status, furono una novità per il Regno d’Italia dell’epoca, in termini di accoglienza e di inserimento dei propri connazionali in un’Italia per nulla unità, dove il trasferimento da una Regione ad una Regione poteva rappresentare un vero e proprio shock.

Quanto è attuale questo tema, in un’epoca in cui migliaia di persone sono state sradicate da Siria, Afganistan, Iraq o certe realtà africane, per le guerre scatenate dall’Occidente ipocrita. Con condizioni diverse, ed in un contesto diverso, i nostri connazionali soffrivano le medesime privazioni dei profughi attuali. Mancanza di cibo, di una Patria, di una casa, dei famigliari. Considerando inoltre che all’epoca le comunicazioni non erano istantanee come quelle attuali, e gli spostamenti erano ben più lunghi, il tutto era vissuto in maniera apocalittica, quasi stesse accadendo la fine del mondo.

L’Italia, dopo la cosiddetta disfatta di Caporetto, imputabile a moltissimi fattori, seppe tuttavia risorgere, riscoprire la parte migliore di sé. Mentre, dopo l’8 settembre si sgretolò lo Stato centrale e l’Italia si divise in due parti, causando una cruenta guerra civile, dopo Caporetto, la sostituzione del Generale Cadorna, una revisione della condotta degli alti comandi, lo spirito nazionale si risollevò. Le armate italiane ci portarono, in una trascinante vittoria, sino a Vittorio Veneto, liberando finalmente Trento, giungendo nella sospiratissima Trieste, portando il tricolore sino ai limiti massimi e naturali della natura italiana.

La Grande Guerra fu un’importantissima prova di coesione nazionale. Cementò il carattere degli italiani. Fece loro parlare per la prima volta un linguaggio comune, incontrando nelle trincee difficoltà linguistiche dovute ad un’unità presente solo sulla carta, ma non reale. Ogni regione aveva abitanti parlanti il proprio dialetto, e per comunicare, di trincea in trincea, di cunicolo in cunicolo, si è dovuti sfoderare il primo idioma collettivo. Per la prima volta, le donne rivestirono un ruolo strategico, lavorando nelle fabbriche e nei cantieri, sostituendo l’uomo impegnato al fronte.

Non sorprende che da questa gigantesca prova, anche definita inutile strage, siano scaturite un’Italia ed un’Europa completamente diverse. Era impossibile, nel 1918 – 1919 ragionare come se il conflitto non fosse avvenuto, ignorando le richieste dei combattenti, di coloro i quali portarono alla nascita di quella Patria che fu celebrata, grazie ad un immenso rito collettivo, durante il Passaggio del Milite Ignoto nelle stazioni italiane, a velocità moderatissima, per onorare, in ogni città, un Caduto.

Simbolicamente, ogni città, borgo, contrada italiana reca un nome che ricorda il Primo Conflitto Mondiale. Quante strade si chiamano: Via Fiume, Gorizia, Trieste, Pola, Monte Sabotino, Monte Grappa, Carso, Monte Ortigara, Cima Dodici, Monte Tomba, Monte Pasubio. Senza contare i nomi dei cosiddetti martiri od eroi, che da Enrico Toti a Nazario Sauro, da Francesco Rismondo a Cesare Battisti campeggiano nella toponomastica cittadina. Al di là delle azioni che li hanno resi immortali, un popolo non può non trovare almeno una giornata dove ricordare il sacrificio di questi e moltissimi altri tra i 680.000 morti. Non si può ridurre a memoria privata (una visita fugace al sacrario o all’ossario dov’è sepolto il mio parente) ciò che ha interessato e segnato le nostre generazioni a venire.

Oltre al ripristino della Festività Nazionale, per il centenario (che sarà tra due anni) della conclusione del conflitto, ogni italiano dovrebbe trovar il tempo per un piccolo pellegrinaggio, dal Brenta al Piave, dalle montagne altoatesine alle pietraie del Carso, incluse le terre che per un destino amaro, non sono più nostre. Non ce lo chiede un comizio infuocato di Gabriele d’Annunzio, ma il richiamo delle nostre coscienze.

Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia

 

  1. Nato a Capodistria nel 1891, si trasferì a Rovereto, dove il padre era stato nominato direttore del locale Ginnasio, ma non concluse gli studi. Estroverso, ribelle, gaudente, amante della chitarra e della vita libera, fu costretto a fuggire dall'Impero austro - ungarico dopo aver ferito in duello un rivale in amore. Emigrò in Argentina dove trovò impiego in una casa di commercio. Nel 1916, non appena ricevuta la notizia dell'impiccagione del fratello Fabio insieme a Cesare Battisti, si imbarcò per l'Italia dove si arruolò volontario con una lucida determinazione. Nominato sottotenente di artiglieria, venne ucciso nel 1917 da un colpo di cannone caduto presso la sua riserva di munizioni nella zona del Monte Zebio. Il suo corpo restò probabilmente disintegrato dall' esplosione, perché non fu mai recuperato.
  2. http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_1186053060.html

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