Intervista a Romano Sauro, discendente di Nazario

NazarioSauro copy copy(ASI ) Padova – Per il ciclo delle interviste della memoria, la prima è dedicata a Romano Sauro, discendente di Nazario, per il centenario della morte dell’eroe, il 10 agosto 1916.
Il nipote ci spiega l’attualità della figura del marinaio di Capodistria, enucleando con dovizia fatti ed avvenimenti. Un sentito grazie a Lui e Suo nonno! Egregio Sig. Romano, La ringrazio per aver accettato quest’intervista. Lei è il discendente dell’Eroe della Prima Guerra Mondiale Nazario Sauro, marinaio entrato nella storia 100 anni orsono per aver ordito una pericolosa operazione navale antiaustriaca, e aver partecipato, da irredento, alle attività militari da volontario nel Regio Esercito Italiano. Qual è il Suo grado di parentela con l’eroe?

 Nazario Sauro ebbe 5 figli cui il padre scelse nomi patriottici e di libertà. Se penso a quei nomi, ci leggo distintamente le fasi di un progetto: Nino (classe 1901, da Nino Bixio) e Anita (classe 1908, da Anita Garibaldi), a memoria dello spirito garibaldino che aveva scosso il nostro giovane paese; Libero (classe 1907, mio padre) il nome dell’ideale che mosse Sauro; Italo (classe 1910) il suo obiettivo; Albania (classe 1914), nome di nazione non da conquistare ma di cui condivise sogni di libertà e indipendenza. Quindi Nazario Sauro è il mio nonno paterno.

2.Che insegnamento può offrire un eroe come Sauro all’Italia attuale, totalmente priva dello slancio e degli ideali di un secolo fa?

Io non direi che oggi non ci siano ideali o comunque che l’Italia ne sia completamente priva: è chiaro che alcuni ideali di cento anni fa, eredi del periodo risorgimentale, possano essere oggigiorno considerati anacronistici dalle nuove generazioni che si sono trovate un’Italia unita e ormai in pace. Ciò non vuol dire però che personaggi come Nazario Sauro non possano essere considerati, se non attuali, quanto meno utili perché a lui i giovani potrebbero fare ancora riferimento come a un uomo che con grande determinazione e impegno, a costo di enormi sacrifici (nel suo caso addirittura la vita), perseguì un ideale, un obiettivo, un sogno, il tutto sempre con uno spirito sereno, se vogliamo anche scherzoso e con un entusiasmo non comune.

3.Si può dire che Nazario Sauro abbia ispirato molti giovani della generazione a venire? Si può affermare che molti giovani, giuliani o dalmati, o di altre regioni italiane che fossero, conoscendo la sua storia, abbiano voluto ispirarsi al suo monito (xé rivada l’ora nostra!) nel secondo conflitto mondiale?

 Mah! Il contesto della seconda guerra mondiale è stato sicuramente molto complesso, tormentato e di sbandamento generale (in particolare, dopo l’8 settembre). La situazione giuliana, poi, è completamente differente da quanto accade nel resto d’Italia e di questo ancora gli italiani si devono rendere conto; e in ciò storici e politici hanno le loro gravi colpe. Con la sconfitta dell’Austria-Ungheria nel primo conflitto mondiale, nella Venezia Giulia, purtroppo, alla Casa d’Austria, imperialista e oppressore e che fu all’origine di nazionalismi intransigenti e intolleranti, si sostituì il fascismo che non riuscì a trovare una soluzione autenticamente liberale del problema delle “minoranze” slave: il governo di Roma adottò infatti un programma nazionalista e oppressore – contrario agli ideali mazziniani che animarono Nazario Sauro che si era, invece, impegnato per il principio di autodeterminazione dei popoli contro l’imperialismo – non dissimile nella sostanza da quello precedente asburgico che cozzò, inevitabilmente, con il nazionalismo irredentista, non meno intransigente e violento, degli sloveni e dei croati e che porterà al dramma delle foibe e dell’esodo, con la perdita definitiva dell’Istria. In tale contesto, il fascismo aveva esaltato le figure “eroiche” del primo conflitto mondiale ammantandole di retorica, cosa che probabilmente portò molti giovani italiani a fare riferimento a queste figure come furono Battisti, Chiesa, Filzi, Rismondo e Sauro. E vengo, quindi, al dunque della sua non semplice domanda aggiungendo che la figura di Nazario Sauro credo sia stata importante per molti giovani di allora che, quanto meno in Istria, dovettero compiere, all’indomani del nefasto 8 settembre, scelte personali, secondo convincimenti e interpretazioni, sia pur contrastanti, del dovere nazionale o del senso dell’onore militare: tutti però, al di sopra di ciò, erano idealmente uniti dal grande amore per la Patria, che per vie diverse tutti servirono, alla stessa stregua di come Sauro servì l’Italia nel primo conflitto mondiale. Il suo monito quindi - “xe rivada l’ora nostra” – va interpretato in questo senso: fu un grido di libertà per tutti i popoli che soffrivano il dominio e l’occupazione straniera. Non dimentichiamo infatti che Sauro sposò la causa albanese aiutando i patrioti contro l’occupatore ottomano. Credo che difficilmente avrebbe potuto accettare un’ulteriore occupazione straniera dell’Istria, come invece si verificò nel 1943 e negli anni a seguire fino al trattato di pace del 10 febbraio 1947.

4.Nazario Sauro, come Cesare Battisti, e Francesco Rismondo o Damiano Chiesa. Questi e molti altri hanno subito la stessa sorte, la stessa damnatio memoriae. Mi spiego meglio. Ognuno di loro ha intitolate piazze, strade, viali in tutte le città d’Italia. Eppure, pochi, pochissimi li conoscono. A Suo avviso, cosa ha portato a questo “disconoscimento” della storia italiana più recente?

Ciò che dice è verissimo. Sempre di più, col passare degli anni, ci si dimenticherà di questi personaggi; direi che è quasi fisiologico. E’ per questo motivo, quindi, che a un certo punto della mia vita ho voluto scrivere un libro sulla vita e la figura di Nazario Sauro e di andare nelle scuole italiane, di ogni ordine e grado, a raccontarne le gesta, il contesto storico in cui visse, i valori in cui credeva. Io spero che il libro, tra testimonianze famigliari e ufficialità storiche, possa servire anche per consegnare a tutti, giovani e meno giovani, un Nazario Sauro più reale, spogliato di ogni aspetto retorico e di enfasi del passato: la figura di Sauro è stata, infatti, in particolare durante il fascismo, esaltata e associata a un concetto di Patria che non era però più quello in cui lui credeva:per lui Patria voleva dire “terra dei padri” (dal latino), ma ancor di più, come lui stesso scrisse in una lettera ai figli: «Patria che è il plurale di padre». Durante il Ventennio, infatti, la parola Patria assunse una connotazione politica, identificandosi sempre più con le stesse istituzioni statali. Su questa scia, dal termine del secondo conflitto mondiale, Sauro è stato e viene ancora a volte associato ad attività legate all’irredentismo nostalgico adriatico, al conteso confine orientale, alla rivendicazione delle terre giuliano-dalmate perdute in quel conflitto. Sui social network viene associato a un nazionalismo estremo. Ciò ha portato, ancor prima della conclusione dei trattati di pace del 1947, a considerare Sauro – in Jugoslavia – un simbolo d’italianità che andava contrastato in ogni modo, anche con la cancellazione di ogni sua traccia e sua memoria presenti in Istria: il monumento a Capodistria [1]; la lapide dalla sua casa natale; ogni riferimento nei libri sull’Istria e Capodistria; il suo nome da scuole, caserme, porti, piazze, vie, lungomari.

5.Nazario, o Nazarì, come lo avrebbe chiamato la madre, ha avuto sfortuna di non aver visto la redenzione della Sua terra, l’Istria. Ha avuto temporanea sepoltura nel Cimitero della Regia Marina di Pola, per poi essere cacciato dai titini, essere trasportato a Venezia, fischiato dagli anti italiani, e sepolto (stavolta in pace) presso il Tempio Votivo degli Eroi del Lido di Venezia. Anche quest’ultimo è in stato rovinoso. Ed oltre a Lui, c’è Giovanni Grion. Non trova assurdo, irrispettoso, nonché paradossale che uno dei figli migliori dell’Italia moderna sia così trascurato dalle Istituzioni? Non è altrettanto paradossale che nel centenario di questi eventi, i luoghi che ospitano eroi come il marinaio Suo avo siano in decadimento?

Qualche Comune qualcosa ha fatto, approfittando probabilmente delle ricorrenze del centenario del Primo conflitto mondiale. A Trieste, per esempio, la statua a Nazario Sauro ha subito recentemente un importante opera di restauro che l’ha riportata al suo originale splendore. Lo stesso a Roma, la lapide che ricorda i soccorsi che Sauro portò nel gennaio 1915 ai terremotati della Marsica (che si trova nel quartiere Monti in via dei Serpenti) è stata felicemente restaurata nel 2011. Di contro, la targa in campo Nazario Sauro a Venezia, come lo stesso Tempio Votivo al Lido, necessiterebbero di un buon restauro. Mi sembra che la Difesa, che ha in cura il Tempio Votivo, abbia stanziato un finanziamento per il suo restauro. Il 10 agosto, oggi, in controtendenza con la damnatio memoriae di cui si faceva cenno poc’anzi, il Comune di Scauri inaugurerà una targa marmorea per ricordare il centenario del sacrificio di Nazario Sauro e la porrà nel lungomare Nazario Sauro (la via più lunga dedicata a Sauro in Italia). Più in generale, credo che la trascuratezza delle nostre Istituzioni di fronte a monumenti e luoghi di ricordo sia abbastanza evidente, qualcuno direbbe “tipicamente italiana”. Alla base, sicuramente una mancanza di fondi, ma anche ignoranza e carenza di una cultura adeguata che andrebbe insegnata fin da bambini nelle scuole, magari ripristinando quell’educazione civica di cui si sente sempre di più la mancanza.

6.Ritornerà un giorno, un tempo in Italia, dove anche le memorie Patrie verranno riviste, vissute e celebrate degnamente?

Le risponderò portando un esempio tunisino (ho vissuto in Tunisia più di tre anni, tra il 2004 e il 2007 svolgendo l’incarico di Addetto militare presso l’Ambasciata d’Italia a Tunisi). Ricordiamo tutti la primavera araba con i moti di libertà e indipendenza che sono partiti, per primi, proprio dalla “mia” Tunisia. Nei giorni più critici del “dégage” tunisino di fine 2010, telefonai a una certa Aïda Bellagha. È questa una signora tunisina, tenace e speciale, che tiene un museo berbero in cima alla rocca di Takrouna: piccolo villaggio berbero vicino a Enfidhaville, a sud ovest di Hammamet, nella regione del Sahel. Volevo farle sentire la mia vicinanza, fraternità e amicizia per quei momenti drammatici che la Tunisia stava vivendo con «la rivoluzione dei gelsomini» e che li sta portando chwayya chwayya lentamente – verso la libertà e la giustizia. A Takrouna, in questo posto suggestivo e incantevole (che raccomando a tutti di visitare almeno una volta nella propria vita), ma allo stesso tempo bagnato di storia, dolore e sacrificio, le truppe italiane della prima Armata combatterono, fra il 19 e il 21 aprile 1943, l’ultima battaglia di Tunisia durante la seconda guerra mondiale. Tra quelle rocce e pietre arse dal sole, morirono più di duecento soldati italiani combattendo contro i maori. Lei lo sapeva? Pochi, in Italia, conoscono questi fatti, rimossi dalla nostra cultura e storia! Quei giovani italiani erano fanti, granatieri di Sardegna nonché alpini e paracadutisti della Folgore, inquadrati nel 66° Reggimento fanteria aeromobile Trieste, rinforzato per l’occasione da un plotone di fanti tedesco. Radio Londra, in esito ai combattimenti, comunicò per etere: «Sul Takrouna, l’Italia ha fatto affluire i suoi migliori soldati». Ai piedi della rocca berbera, una stele ricorda i caduti italiani di quella feroce battaglia. Quella signora mi riferì che le genti berbere del luogo (non credo vi abitino più di duecento anime) avevano deciso, guidati dal sindaco, di presidiare la stele italiana giorno e notte, per impedire che, in quei giorni di rivolte, bande criminali potessero deturpare o distruggere. Rimasi colpito e sorpreso da quel gesto di quella gente semplice che si era organizzata in stancanti e anche rischiosi turni di sentinella, semplicemente, me lo spiegherà Aïda, «per rispetto e in memoria degli italiani morti per la Patria». A guardare con i giusti occhi, è questa un’azione che mette in luce in che misura certi popoli nutrano, per chiunque abbia sacrificato la vita per la Patria, un forte senso di riconoscenza. Forse senza rendersene completamente conto, quei berberi hanno dato al gesto di chi muore per la propria terra un valore universale, che supera e va aldilà dei confini nazionali. Non credo sia perciò così difficile rispettare e perpetuare nel tempo la memoria dei nostri Caduti e tramandarla alle future generazioni: basterebbe prendere esempio dai berberi tunisini, non crede?

7.Chi, secondo Lei, nell’Italia attuale, può rappresentare (anche in minima parte) l’eredità dell’Eroe di Capodistria?

 Io confido molto nei giovani e nelle generazioni future. Non andrei, altrimenti, nelle scuole a parlare loro di sogni, passioni, ideali, amor patrio, solidarietà, libertà, giustizia; tutti valori per cui visse, lottò e morì Nazario Sauro. Del resto, il libro sulla storia di mio nonno che ho scritto con mio figlio Francesco (“Nazario Sauro. Storia di un marinaio”) è dedicato a loro e, nello scriverlo, mi ero posto tra gli obiettivi anche quello di stimolare i giovani a «cambiare le cose che devono essere cambiate», a saper guardare cioè la Storia (che, come diceva Cicerone, «è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell’antichità») e il passato, per quanto doloroso possa essere stato, sfrondati da ogni risentimento e contrapposizione delle memorie, ormai inaccettabili e fuori stagione.

Apro una piccola parentesi e riporto di seguito una semplice recensione che ho ricevuto da una giovane lettrice del mio libro. Si chiama Giulia, di anni 28. Mi scrisse: «Ho finito il libro e mi è piaciuto molto. Si vede che il lavoro certosino dell’autore aveva come scopo quello di lasciare un messaggio di entusiasmo e libertà ai giovani. Ciò che conta in questo periodo di crisi di valori e di sconforto è non perdere la speranza e continuare a nutrire i propri sogni e ideali. Io per lo meno ci ho visto questo e ne ho ricavato una grande forza. Quindi: grazie!”». Ogni volta che mi capita di leggere queste semplici parole, mi commuovo e aumento la fiducia che ripongo nei giovani: ce ne sono ancora, tanti, di belli e bravi!

Normalmente chiudo le mie conferenze nelle scuole chiedendo ai giovani di saper ripercorrere e coltivare gli eventi che hanno vissuto i loro avi, con intelligenza, obiettività e onestà intellettuale; sono questi i parametri imprescindibili per continuare quel dialogo che associazioni, istituzioni, università, centri culturali di qua e di là del confine orientale, per rimanere in Istria, hanno iniziato da qualche tempo a intraprendere verso la creazione e il consolidamento di una cultura di convivenza tra popoli, civiltà, confessioni, memorie e identità differenti. Tutti elementi in cui credeva l’eroe Nazario Sauro e che io cerco di rinverdire nei dialoghi con gli studenti. Solo in questo modo – almeno io la penso così – il passato si potrà ricollegare col presente e il presente col futuro. Ma anche perché lo spirito dei nostri antenati, morti per la libertà, possa poter continuare a sopravvivere nella memoria di chi verrà.

Ne abbiamo tutti bisogno e i nostri morti – e il marinaio Nazario Sauro – ce lo chiedono.

Valentino Quintana – Agenzia Stampa Italia

 

Fonte foto: http://www.lavocedelmarinaio.com

 


[1] Il monumento a Capodistria, inaugurato nel 1935, fu abbattuto nel giugno 1944 per ordine di Hitler. Le proteste più vibranti per quell’atto considerato «ignobile e strumentale» provennero soprattutto dagli antifascisti. Nel testo Appello agli istriani – pubblicato clandestinamente dal Partito d’Azione il 25 luglio 1944 e scritto da Giani Stuparich ed Ercole Miani – vi si può leggere: «I tedeschi hanno asportato il monumento a Nazario Sauro di Capodistria. Ragioni di guerra? Sì, ragioni di guerra, di odio e di perfidia. Tutte false le promesse di rispettare il carattere nazionale della nostra regione. Questa nostra terra la vogliono loro. Vogliono seppellire per sempre un secolo di lotta contro il predominio teutonico in queste terre. Vogliono che l’Austria ritorni: ma un’Austria con la svastica, prussianizzata, nazista, impiccatrice. Sauro – l’umile marinaio capodistriano che giurò di tutto osare per la redenzione della sua terra dal giogo straniero e che a Pola suggellò, col sacrificio della vita, questo sacro giuramento – rappresentava l’olocausto del sangue per la libertà di queste terre. E perciò ne distruggono il monumento, convinti di cancellare la memoria del suo sacrificio nel popolo. Ma sappiamo che più duratura del bronzo e della pietra, è l’idea. Non si distrugge il sacrificio né l’idealità dell’altra guerra, che fu guerra di giustizia e libertà, quando italiani e slavi si trovarono uniti contro il comune oppressore».

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