(ASI) Roma - C'è chi scommette contro l'Italia, e chi a favore. E chi proprio, non prende parte. Chi sono le parti in campo? Prendiamo i primi. I contrari.

Sono i mostri della speculazione finanziaria, quelli della "congiura del rating del 2011, quelli dello spread a 570 punti. Sugli oscuri mercati finanziari, i cosiddetti over the counter (sul bacone), i bookmakers si scambiano denaro al di fuori di tutte le norme previste dalle autorità preposte al controllo. Questi mostri scommettono 407 milioni di dollari sulla bancarotta del nostro Paese. Il nostro debito pubblico è quello mondiale sul quale ci sono maggiori scommesse. 407 milioni di dollari assicurati attraverso 14.606 contratti cds, una sigla che indica credit default swap, titoli di finanza derivata. Una sorta di compravendita di titoli in un certo numero, garantendo l'incapacità del debitore di saldare il debito, e chi lo farà, sarà il venditore di cds. Chi ha scommesso sulla bancarotta italiana, nel caso avvenisse, incasserebbe al momento attuale 22,1 milioni di dollari. E sebbene la nostra bancarotta non sia considerata la più probabile, il fatto che vi siano altissimi investimenti sul nostro crack, fa riflettere. Abbiamo creato dei mostri che rischiano di distruggere intere generazioni. E probabilmente una, quella dei trentenni attuali, è già a rischio.

I secondi sono quelli che non investono. L'Italia è ferma, impaurita, con risparmi e consumi bloccati. Un Paese ove prevale la paura. I risparmi, così come i capitali sono fermi, inutilizzati. Giacciono nel cassetto, così come i sogni. Il rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2014, afferma che i capitali tra il 2007 e il 2013 sono fermi (voci finanziarie), ma i contanti ed i depositi bancari sono aumentati del 4,9%. E' plausibile quindi che mancando gli investimenti, le famiglie italiane destinino quei risparmi agli imprevisti, alle nuove tasse o alla perdita del lavoro.

Secondo gli italiani in questo momento, per uscire dalla crisi occorre sì "una buona istruzione", e anche "il lavoro duro". Ma come sempre, il 29% parla di "conoscenze giuste", e il 20% si affida alla provenienza "di una famiglia benestante".

Il capitale umano è fermo, visti i tre milioni (dichiarati!) di disoccupati. Aggiungiamo gli inattivi, quindi altri due milioni circa. E quelli che hanno rinunciato vista l'impossibilità concreta di trovare un impiego. Ergo, ci avviciniamo agli otto milioni di persone, un capitale umano fermo ed inutilizzato. La cultura non paga più, l'industria sta scomparendo, comperata a pezzi da i vari stranieri che fanno shopping di imprese nazionali. Come se non bastasse, il Censis rileva il rischio banlieu francesi. La coesione sociale non sembra essere più il collante di questo Paese, impaurito e chiuso nelle sue paure.

Resistono solo l'export dei prodotti di eccellenza e la lingua italiana, studiata dal 2009 da duecento milioni di persone nel mondo.

I terzi: chi scommette. Sono una netta minoranza. Sono quelli che si mettono in gioco, nonostante tutto.  E queste sono ad esempio le imprese cresciute con la crisi, un 15% del totale. Sono cresciute quelle gestite da extracomunitari, e quelle italiane calate del 4,5%.

Segnali di speranza? Spettano agli italiani. Solo loro possono salvare loro stessi.

 

Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia

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