(ASI) L'operazione "confusione" è iniziata da tempo. Con la campagna mediatica contro l'ISIS, in Europa pare essere tornati improvvisamente al clima mediatico di oltre dieci anni fa, quando l'amministrazione statunitense guidata da George W. Bush era nel pieno delle attività militari in Afghanistan e in Iraq.

Come allora, anche oggi questi due scenari vengono presentati come potenziali bastioni di un terrorismo globale che minaccerebbe l'integrità e il benessere dell'Occidente. Come allora, anche oggi troviamo buontemponi provocatori che recitano il comodo ruolo del bastian contrario nel salotto buono, prendendo le difese dell'estremismo. Ieri come oggi, i motivi scatenanti del conflitto non riguardavano soltanto e principalmente la neutralizzazione del terrorismo islamista, che pure drammaticamente esisteva ed esiste, mieteva vittime e le miete tutt'ora. L'Afghanistan è una terra cruciale da secoli, crocevia di intrecci, commerci, scontri etnici e sfide tra potenze, perno del Grande Gioco tra Russia e Gran Bretagna nel XIX secolo. Al tempo stesso è un luogo impervio, ostico, difficilmente controllabile e facilmente penetrabile, terreno ideale per una forza minore in una guerra asimmetrica.

Al momento del lancio dell'operazione Enduring Freedom nell'ottobre del 2001, il Pentagono conosceva bene quel terreno. La CIA lo aveva già "bucato", esplorato e militarizzato nel corso degli anni Ottanta, quando forniva supporto logistico ai mujaheddin afghani allora in lotta contro le forze regolari di Kabul e l'Armata Rossa, loro alleata. Sul "Corriere della Sera" del 21 ottobre 2001 Marco Imarisio osservò: «Per finanziare la costruzione di questi rifugi, l'intelligence americana usò come intermediario i servizi segreti pakistani, in modo da poter negare davanti all'opinione pubblica l'accusa di combattere una guerra segreta contro l'Armata rossa. Ma, adesso, i soldati americani si trovano davanti a un ostacolo ideato e costruito grazie al denaro degli Stati Uniti. Sanno dove si trovano i nascondigli dei talebani, sanno anche che espugnarli non è impresa facile. Gli ingegneri americani che li progettarono avevano pensato a tutto. Tunnel impenetrabili all'interno, rinforzati per resistere a qualunque tipo di esplosione, costruiti in zone scelte apposta per rendere impossibile l'avvicinamento delle truppe di terra, protetti all'ingresso da barriere di pietra per impedire l'arrivo e l'ingresso nei tunnel di missili intelligenti. Un rompicapo, che adesso si rivolta contro il Paese che lo progettò».

Nel 1996 la cosiddetta comunità internazionale lasciò che quasi l'intero Paese finisse in mano ai talebani, con l'eccezione delle due aree settentrionali controllate dall'Alleanza del Nord, senza opporre alcuna concreta resistenza e senza battere ciglio di fronte al rapimento e alla barbara esecuzione dell'ex presidente afghano Mohammad Najibullah, prelevato con la forza dal palazzo dell'ONU di Kabul, evirato, legato ad un veicolo, trascinato per la strada, finito da una pallottola e impiccato ad una garitta di cemento come un animale. L'immagine di quel crimine abominevole fece il giro del mondo, ma per poco tempo. Contemporaneamente la guerra nei Balcani richiamava l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale e i miliziani di al-Qaeda restavano dei preziosi alleati di Washington in Bosnia-Herzegovina, dove il 38% della popolazione (serba e cristiana) chiedeva la ridefinizione di confini geografici stabiliti senza alcun senso qualche anno prima.

L'Iraq, invece, fu attaccato nel 2003 sulla base di prove poi dimostratesi totalmente false. Un dossier, del tutto fasullo, attribuì a Saddam Hussein il possesso di un ingente arsenale di armi di distruzione di massa, ovviamente mai rinvenuto. Sostenuto dalla controversa dottrina della "guerra preventiva", quell'intervento è proseguito ugualmente, affermando da più parti che «comunque si doveva eliminare un dittatore», senza che nessun dirigente politico o militare statunitense o britannico abbia mai risposto delle sue azioni davanti ad alcun tribunale internazionale. Mai una simile anarchica violenza ha umiliato a tal punto le relazioni internazionali nella storia moderna. Quella tragedia portò la diplomazia al livello più basso mai visto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, imponendo l'aggressività e l'unilateralismo come unici criteri-guida nella global policy tanto decantata dai tessitori di lodi del Washington Consensus.

Aver evitato un'analoga escalation in Siria, dove il copione delle accuse infondate pareva ricalcare le orme già viste in Iraq e dove Obama ha dipinto fino all'altro ieri gli integralisti dell'ISIS come dei ribelli in lotta per la libertà, significa primariamente aver riportato la diplomazia ai livelli minimi di esistenza, dimostrando per la prima volta in modo compiuto che la trasformazione in senso multipolare delle relazioni internazionali può garantire al dialogo, alla ricerca della verità e alla risoluzione pacifica delle controversie spazi praticamente soffocati fino a qualche anno prima. La ragionevolezza dei fatti concreti ha costretto Obama a fare marcia indietro, chiedendo aiuto all'odiato Assad per sconfiggere il terrorismo dilagante nel Vicino Oriente. Quella americana è stata una figuraccia, di fronte alla quale la NATO, appena riunitasi in Galles, ancora finge che nulla sia avvenuto in questi tre anni: dalla cooperazione con i jihadisti salafiti nella guerra alla Libia di Gheddafi ai tappeti rossi stesi alla famiglia reale del Qatar e all'ex presidente egiziano Morsi, espressione della Fratellanza Musulmana.

Quanto sta accadendo in Ucraina, poi, ha del singolare e sarebbe ritenuto del tutto assurdo, se non fossimo in un Paese dove il 98% delle rubriche di politica estera della stampa mainstream è chiaramente condizionato dalla presenza militare statunitense nella Penisola e dall'appartenenza dell'Italia alla NATO. In un clima diverso, più sereno ed imparziale, risulterebbe evidente a chiunque che l'Ucraina è stata sconvolta da un golpe violento di matrice neo-nazista, che ha ribaltato la legittimità costituzionale dell'ex presidente in carica Viktor Janukovich, democraticamente eletto nel 2010. Preso atto che l'orientamento di Janukovich era piuttosto pragmatico e nient'affatto "fedelmente pro-russo", come invece folkloristicamente descritto dall'ultra-destra ucraina, Kiev avrebbe potuto continuare a svolgere un ruolo di ponte geopolitico tra l'Europa e la Russia, tra l'Unione Europea e quell'Unione Eurasiatica che Russia, Bielorussia e Kazakistan hanno cominciato a costruire da due anni a questa parte. Di quest'ultimo avviso era anche Romano Prodi, non certo l'ultimo idiota del nostro panorama politico, ma sicuramente tra i più emarginati dopo le sue prese di posizione internazionali "fuori dal coro" negli ultimi anni.

Eppure il buon senso non abita a Bruxelles e, pur di rispondere presente all'appello di guerra di Obama, i principali Paesi europei hanno deciso di approvare un pacchetto di sanzioni dietro l'altro, che si tramuterà ben presto in un auto-embargo, reso per ora impercettibile dall'illusione di poter pressare e danneggiare la Russia, già pronta a riversare i suoi prodotti verso gli altri partner del BRICS, l'America Latina, il Sud-Est Asiatico e l'Africa.

Di fronte ad un tale desolante scenario, Ezio Mauro, novello Zio Sam, nel suo editoriale su "Repubblica" del 5 settembre, chiama all'arruolamento i lettori italiani cercando di convincerli che l'Occidente, definito nei termini messianici di una «comunità di destino» tra Europa e Stati Uniti, sarebbe minacciato nei suoi valori e nei suoi ideali da Putin e dagli islamisti dell'ISIS. La colpa - dice Mauro - è dell'anima «imperiale e imperialista» che sarebbe connaturata alla Russia storica, non soltanto all'Unione Sovietica. Dunque, comunismo o meno, «l'Oriente russo torna a marcare un'identità forte, una sovranità territoriale e politica che mentre si riprende la Crimea non nasconde velleità su Kiev e tentazioni sui Paesi baltici, come se Mosca si ribellasse alla storia e alla geografia d'inizio secolo, contestandole e impugnandole davanti alla sua ossessione ritrovata: l'Occidente». Così, la storia viene sostanzialmente ribaltata. Dall'atlante secondo Mauro scompaiono le invasioni del territorio russo ad opera dei Cavalieri teutonici, dell'Orda d'Oro mongola, del Regno di Polonia, della Svezia di Carlo XII, della Francia di Napoleone e persino della Germania di Hitler. Tutte frutto immaginario dell'"ossessione moscovita". Restano soltanto gli espansionismi di Ivan IV, Pietro il Grande e Stalin, amplificati fino a raggiungere una dimensione da volontà di potenza «eterna e insopprimibile».

Poco importa che la NATO, ben lungi dal rispettare la promessa fatta a Gorbaciov di "finlandizzare l'Europa", dal 1999 ad oggi ha inglobato ben dodici Paesi dell'Europa orientale, espandendosi di oltre 1.000 km verso Est rispetto agli equilibri esistiti fino all'ottobre 1989. Elencare le spese e le basi militari presenti nel pianeta, probabilmente sarebbe un modo più semplice per comprendere qual è realmente il Paese che ad oggi costituisce un ostacolo alla pace mondiale e rappresenta l'attore più irresponsabile nell'intero scacchiere internazionale. Forse, però, per il sofisticato "idealismo" di Ezio Mauro, contare i numeri e badare ai fatti è troppo "russo".


Redazione Agenzia Stampa Italia

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