La Cassazione contro il patto Italia-Albania sui migranti

(ASI) L’idea alla base del protocollo d’intesa tra Italia e Albania per la realizzazione e gestione di due centri migranti sul suolo albanese, era quella di esternalizzare le procedure per le richieste di asilo effettuate da tutti coloro che vengono soccorsi in mare da navi di autorità italiane.

Il tentativo di questa esternalizzazione si inquadra nell’ambito degli obiettivi che il Governo sta portando avanti, relativamente alla deterrenza dei flussi migratori, per alleggerire la pressione dei CPR presenti sul territorio italiano. Il tempo massimo previsto per l’esame di queste richieste è stabilito in un massimo di 28 giorni, che garantirebbe l’obiettivo di prendere in esame circa 36.000 domande. Questo numero proviene da una stima operativa del patto Italia-Albania, che si basa sulla capienza massima e la durata delle procedure nei due centri migranti: il primo a Shengjin in grado di fornire una prima accoglienza e frontiera, e l'altro a Gjader strutturato sul modello del Centro di Permanenza per i Rimpatri. La capienza massima nei due centri è stimata in circa 3.000 persone che si potranno trattenere per un massimo di 28 giorni come stabilito nell’accordo, pertanto in un processo ottimizzato i due centri sarebbero in grado di gestire circa 36.000 persone all’anno.

Tuttavia la Cassazione per mezzo dell’Ufficio del Massimario, che ha il compito elaborare e sistematizzare la giurisprudenza prodotta dalla Cassazione, ha rimesso alla Corte di giustizia dell’Unione Europea (CGUE) alcuni quesiti per chiarire la conformità del piano migranti Italia-Albania in ambito di diritto europeo. Alcuni dubbi sul piano, trovano terreno fertile relativamente alla legittimità del trasferimento, in quanto in primis, l’Albania non fa parte dell’UE e pertanto la giurisdizione italiana si troverebbe ad operare in territorio extra-UE: di conseguenza non è facile capire se ci sarà o meno accesso effettivo alla tutela giurisdizionale per i migranti e in particolare sulla durata e le condizioni della detenzione, che dovrebbe essere compatibile con i diritti fondamentali dell’essere umano. Detto più in soldoni, non è affatto scontato che un centro migranti realizzato in un Paese straniero, pur se gestito sotto la giurisdizione italiana, possa garantire il pieno esercizio dei diritti processuali e materiali, riconosciuti in base alle normative dell’Unione Europea. 

Il patto Italia-Albania riceve dunque una battuta d'arresto e con esso il tentativo di esternalizzare le procedure migratorie. Entro la fine del 2025 si attendono le risposte degli organi coinvolti dai quesiti della Cassazione. In forse tra diventare un modello replicabile in tutto e per tutto da altri Paesi, oppure diventare una sorta di esercizio burocratico se non verrà giuridicamente recepito.

Carlo Armanni - Agenzia Stampa Italia

Fonte foto AI Sora su input Carlo Armanni 

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