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 Il dato più significativo del sondaggio reso noto ieri sera dal Tg de La7 è che la maggioranza tiene e non ci sono reali alternative. Con circa il 30% delle intenzioni di voto a favore del Popolo della Libertà e il 12% a favore della Lega, con l’aggiunta poi de La Destra all’1,5%, essa sfiora un 45% che è al di là della portata di qualsiasi combinazione di alleanze tra le opposizioni. A meno, beninteso, di un’altra ammucchiata "arcobaleno" in cui nessuno crede, non solo per il disastroso precedente dell’esperienza Prodi, ma soprattutto perché i veti incrociati la rendono impossibile.    Un Massimo D’Alema nervoso, vago e parolaio, sempre ieri sera a Otto e ½, ha confermato questa situazione. L’evocazione di un nuovo governo è così rimasta senza contorni precisi, svelando quello che resta il solo e vero obiettivo: togliere Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. "Poi si vedrà": questo il succo del dalemapensiero. Il fatto è che l’improvviso ritorno della prospettiva di elezioni anticipate ha messo in agitazione la sinistra dove i piccoli partiti si contendono i voti per superare lo sbarramento del 4% (problema che non esiste per i partiti del centrodestra) e possono conseguire questo risultato solo a spese del Partito democratico. Conta poco il rilievo di D’Alema secondo il quale il Pd è sempre il partito di opposizione più grande. Conta invece che non sembra essere anche il più forte. Se pende verso alleanze alla sua destra, perde consensi a sinistra; e viceversa. Stare nel mezzo, secondo D’Alema, equivale a stare nel giusto: ma è stata solo una battuta e come tale è stata rilevata, anche se questo lo ha infastidito.                                                            Allo stesso tempo, Bersani è consapevole dei rischi che si corrono a lasciare i vecchi alleati per i nuovi, sa che i prezzi da pagare sono diversi e che la generosità verso i nuovi (eventuali e del tutto teorici alleati) non può che accrescere il risentimento dei vecchi.
Il punto è che c’è una verità che ancora non si vuole ammettere: il Pd non è un partito unitario, e non perché ci siano al suo interno troppi leader e aspiranti leader o ex leader insoddisfatti, ma perché ci sono interessi e orientamenti diversi che non possono più stare insieme, soprattutto se costretti in una situazione di opposizione senza via d’uscita. Quando il Pd ammetterà di essere una "cosa senza identità", farà l’interesse di quella parte omogenea che pure rappresenta e della democrazia in Italia.

 

 

 

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