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(ASI) Circa 11 milioni di contribuenti italiani cosiddetti incapienti, esenti cioè dall’Irpef perché con un reddito imponibile inferiore alla soglie minime previste, rischiano di subire un salasso dall’aumento dell’Iva. Si tratta soprattutto di famiglie numerose, di quelle con un solo percettore o di quelle costituite da giovani o anziani soli.

Sarebbe infatti questa fascia della società italiana a dover subire “un aumento iniquo” secondo le linee di riforma fiscale che si stanno prospettando. E’ quanto emerge da uno studio della Cgil, condotto dal dipartimento Politiche economiche, dal titolo eloquente: “Dalle persone alle cose? No grazie!”.

Nello studio sindacale si prende come riferimento le ipotesi discusse in queste settimane, legate ad uno spostamento del prelievo tributario ‘dalle persone alle cose’, che prevedono un aumento delle aliquote Iva: in particolare due punti percentuali per l’aliquota minima, dal 4% al 6%; un punto per quella ridotta, dal 10% all’11% e per quella ordinaria, dal 20% al 21%. Ciò a fronte di una eventuale riduzione dell’Irpef. Una misura che, secondo la Cgil, “incrementerebbe le entrate di circa 8 miliardi mentre ridurre di un punto l’Irpef, portare ad esempio la prima aliquota dal 23% al 22%, costerebbe allo Stato circa 1,9 miliardi di mancate entrate senza risolvere niente perché genera un ‘beneficio’ che va dai 13 ai 75 euro l’anno”. A questi numeri va inoltre aggiunto il fatto che il lavoro autonomo, che rappresenta il 25% dell’occupazione, contribuisce solo per il 9% al gettito Irpef del 2010. La percentuale Irepf a carico dei lavoratori dipendenti, invece, è pari al 61% mentre quella a carico dei pensionati è del 30% (totale 91%). Senza dimenticare che una buona parte delle entrate indirette (Iva, accise, etc.) resta sempre a carico dei redditi medio-bassi.

Secondo la Cgil, quindi, questa ‘traslazione del prelievo’, oltre a caratterizzarsi per essere un grave errore per l’equità e per la crescita “perché non tiene conto di 11 milioni di contribuenti cosiddetti incapienti”, sarebbe ininfluente per i ‘più ricchi’ gravando interamente sulle fasce medie e basse. “L’attuale distribuzione dei consumi per fasce di reddito - spiega il rapporto - si caratterizza per una relazione inversa: ad un minor reddito disponibile corrisponde una maggiore propensione al consumo”. I “più ricchi”, cioè, consumano di più in termini assoluti, ma non in proporzione al reddito disponibile. Questo significa che un aumento dell’Iva - anche a parità di altre condizioni quali gli stili di consumo e il tasso di evasione - si traduce in un incremento pressoché “piatto del prelievo sui consumi rispetto ai livelli di reddito disponibile e, quindi, in un maggiore prelievo per le fasce di reddito basse e medio-basse”. In altre parole, con una maggiore imposizione Iva al diminuire del reddito aumenterebbe l’impatto fiscale maggiore.

Inoltre, segnala ancora il sindacato, le persone e le famiglie con livelli di reddito e di consumo medio-bassi sarebbero più colpiti e, probabilmente, ridurrebbero la loro propensione al consumo a fronte dell’aumento dei prezzi. Oltre a questo svantaggio microeconomico, l’aumento dell’inflazione comporterebbe un effetto negativo macroeconomico per l’intero sistema-paese. Altra controindicazione il probabile ulteriore incremento del tasso di evasione ed elusione fiscale: tale approccio produrrebbe un ulteriore iniquità nei confronti dei redditi dei lavoratori dipendenti e pensionati e, in generale, dei redditi medio-bassi, senza nessuna certezza di maggiori entrate da redistribuire, essendo l’Iva già oggi l’imposta più evasa. Tutti effetti correlati a questa idea di tassare le cose e non le persone che, conclude la Cgil, “deprimerebbero ulteriormente la domanda interna, la crescita potenziale e lo sviluppo”.

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