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(ASI) “I dati Istat sono la fotografia di un paese fermo, con una crescita del tutto insufficiente e una povertà in aumento, ed evidenziano come nodo strategico le gravi condizioni del lavoro come punto centrale per il paese”. E’ il commento del segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni, sui temi del lavoro rilevati dal rapporto annuale dell’Istat.

Il dirigente sindacale mette in fila alcuni dei dati emersi in questi giorni: “La crisi colpisce pesantemente l'occupazione. Mancano ancora 500 mila occupati rispetto ai dati del 2008, divisi fra Nord e Sud del paese e nel Mezzogiorno questo significa accentuare il fenomeno della desertificazione produttiva. La Cig resta altissima e i dati dicono non solo che il 20% non ritorna al lavoro ma che un quarto di questi lavoratori è già in cassa integrazione da due anni: il che significa non solo vivere per un lungo periodo con circa 700 euro al mese ma rischiare nel 2011 un rialzo delle percentuali di non ritorno al lavoro se continua il trend di mancata crescita”.

Per Fammoni “in questo difficile contesto è drammatica la situazione dei giovani. Nel 2010 il calo di occupazione (18-29 anni) è stato 5 volte più elevato del dato generale quasi la sua totalità, e i giovani che non lavorano e non vanno a scuola hanno superato quota 2 milioni. Fra 18 e 29 anni la precarietà è altissima e ha raggiunto il 31% del totale dei giovani occupati. Ma anche questo dato va letto perché la grande maggioranza dei giovani che hanno perso il lavoro erano precari e perché questo 31% è dato dalla media dell'occupazione ante 2008 e le attuali assunzioni che per oltre il 70% sono con lavori precari”.

In merito poi a quanto sostenuto dal governo, e cioè che “per giustificare questo stato di cose ha affermato che i giovani non accettano qualsiasi lavoro e studiano troppo”, il segretario confederale afferma che “i dati Censis e Almalaurea fanno giustizia anche di queste affermazioni insensate. Nella media europea è più alta la percentuale di ragazzi e ragazze che accettano pur di lavorare una attività manuale e con contratto precario. Da questi dati emerge in modo inconfutabile il fallimento delle politiche del governo e l'incapacità di affrontare i veri nodi strutturali del paese: tutela universale, riforma fiscale e politiche industriali. Altro che ottimismo - conclude Fammoni -, l'Istat certifica che siamo arretrati di molti anni e che il lavoro, la sua quantità e qualità sono l'elemento essenziale per uscire dalla crisi”.

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