(ASI) Spendono e spandono senza ritegno, ma trovano il modo di scoprire che c’è l’austerità solo quando si tratta di incrementare di poche briciole le pensioni, violando un principio di equità e di giustizia.                                                                                                                                                                        

Sembra incredibile e invece è una notizia vera e una questione scandalosa. Tutto risale a quando, per la crisi e l’austerità, il governo di Mario Monti con il “salva Italia”, invece di tagliare gli sprechi e i vitalizi all’esercito di politicanti, pensò bene di intervenire con la famigerata riforma del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, sui pensionati, presenti e futuri. Per quelli futuri allungò la data di quando andare in pensione, per quelli presenti bloccò per il 2012-2013 la rivalutazione monetaria, prevista dalla legge, sopra tre volte il minimo Inps (1.443 euro lordi mensili, circa 1100 netti). Nell’aprile 2015 la Corte Costituzionale (relatrice Silvana Sciarra), dopo un ricorso dei pensionati, ha dichiarato illegittima la norma perché il potere d’acquisto, per i pensionati, era “irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate”. Lo Stato avrebbe dovuto versare 17,5 miliardi per il pregresso e poi 4,4 miliardi in più ogni anno. Non traggano in inganno le somme rilevanti che sono tali solo per il numero elevato dei pensionati (circa 5,5 milioni) ma ognuno, che è il caso di ricordare prende poco più (qualcuno anche meno) di mille euro al mese, doveva ricevere poche decine di euro in più. Ciò anche per un diligente e doveroso rispetto dell’art. 36 della Costituzione che riconosce il diritto al lavoratore di avere “una retribuzione (il principio vale anche per la pensione, naturalmente, n.d.r.)...in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ma in Italia le sentenze, perfino quelle della Corte Costituzionale, i potenti, le mezzecalzette che ci governano, con l’arroganza di cui fanno sfoggio ogni giorno, possono ignorarle tranquillamente, senza che ci sia un organo che imponga loro il rigoroso rispetto di quanto sentenziato. Ormai siamo allo sbando: lo scempio della Costituzione giornaliera, una perenne, intollerabile, Caporetto istituzionale. Fatti e comportamenti indecenti. Così, mettendo per l’ennesima volta sotto i piedi quanto deciso dai giudici, Matteo Renzi, diventato nel frattempo capo del governo, ha pensato bene di fare una rivalutazione parziale, chiamata anche “bonus Poletti”, per far credere al popolo bue, che fosse non il solito imbroglio, piuttosto un regalo del ministro e del governo. Incredibile. Ma lo scandalo ha avuto un epilogo ancora più incredibile ed è quello che ha deciso mercoledì scorso la Consulta, chiamata naturalmente a decidere sulla regalia di Renzi. No, marcia indietro, è tutto regolare, la rivalutazione monetaria pret à porter partorita dal governo Renzi va benissimo perché - è spiegato nel comunicato della Corte Costituzionale - “realizza un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica”. E l’art. 36 appena citato? E i diritti acquisiti? E la legge? Quando ci sono di mezzo i pensionati, i soldi non si trovano mai e si può risparmiare “per non sforare il limite del 3% deficit/Pil imposto da Maastricht” come ha sostenuto l’avvocatura dello Stato. Peccato che nessuno si ricorda mai di questi impegni di bilancio quando si tratta di combattere seriamente la corruzione e l’evasione fiscale o quando si finanziano le perdite delle banche, di Alitalia e di altri infiniti Enti inutili che divorano voracemente miliardi ma che servono per portare voti e mantenere poteri e privilegi. Se poi aumenta il debito pubblico e gli interessi su di esso che importa, il solito popolo bue non si accorge di nulla e così continua a votare dove ha sempre votato. Per la gioia e la felicità dell’allegra e spregiudicata combriccola toscana.

Fortunato Vinci – Agenzia Stampa Italia

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