(ASI) Roma – L’immigrazione e il terrorismo islamista sono stati temi di recente dibattito tra le fila del Governo. Il Premier Paolo Gentiloni nella conferenza stampa avvenuta giovedì 5 gennaio, dopo un vertice su sicurezza, migranti e Libia a Palazzo Chigi insieme ai Ministri degli Esteri Angelino Alfano, dell'Interno Marco Minniti e della Difesa Roberta Pinotti, ha annunciato la necessità per il Paese di puntare maggiormente l’attenzione su alcuni aspetti troppo bistrattati come “la radicalizzazione nei carceri, ma in particolare modo sul web” e la creazione di nuove strutture deputate alle espulsioni degli immigrati che non hanno diritto all’asilo.

Sul tema che riguarda jihadismo e il web, ha lavorato negli ultimi 4-5 mesi una commissione di studio che è stata incontrata da Gentiloni e Minniti. "Negli ultimi anni si è assistito alla crescita di una embrionale comunità jihadista italiana sul web, ed in particolare su alcuni social network", si legge in un documento di sintesi realizzato dal gruppo di lavoro capeggiato dal professor Lorenzo Vidoni. L'esperto segnala "un crescente numero di donne e di minori che si radicalizzano" e indica in poco più di 100 il numero dei jihadisti provenienti dall'Italia, una cifra inferiore rispetto ai foreign fighters registrato in altri Stati europei, anche se con una tendenza di lieve aumento.

Dunque per il Governo oltre che combattere efficacemente il terrorismo su internet e in carcere, bisogna affrontare il problema dei flussi migratori ridando spazio anche ad uno strumento funzionante fino ad alcuni anni fa, come i CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione). Ma il Presidente del Consiglio avverte: «La minaccia non autorizza a fare equazioni improprie tra migrazione e terrorismo». Gentiloni indica che la «bussola su cui si muove il governo» punta in due direzione. Una riguarda «politiche migratorie sempre più efficaci, che coniughino attività umanitaria e accoglienza», l’altra «politiche di rigore e di efficacia nei rimpatri». Il Ministro dell’Interno Minniti, incentra il suo progetto su una rete di CIE ridimensionati rispetto al passato e distribuiti sul territorio nazionale; un piano che vedrà la principale collaborazione degli enti territoriali e del Parlamento. I CIE «non avranno nulla a che fare con quelli del passato. Punto. Non c'entrano nulla perché hanno un'altra finalità, non c'entrano con l'accoglienza ma con coloro che devono essere espulsi» - avverte Minniti. Nella conferenza Stato-Regioni prevista per il 19 gennaio il Ministro dell’Interno proporrà «strutture piccole, che non c'entrano nulla con quelle del passato, con governance trasparente e un potere esterno rispetto alle condizioni di vita all'interno». Per i CIE «la nostra idea è quella di piccoli numeri, per non sovraccaricare il territorio con strutture troppo grandi. Parliamo di 1.500/1.600 posti in tutto, in un Paese con 60 milioni di abitanti. Se mi si dice che non si riesce a gestirli mi sembra difficile». Comunque le strutture dei CIE «rappresentano solo un pezzo della nostra proposta complessiva» conclude Minniti.

Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

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