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(ASI) Nel nostro paese sembrano essere diventati prassi i depistaggi mediatici e le impunità. Può succedere così che un ragazzo - poco più che ventenne - possa morire mentre dorme colpito “accidentalmente” da un proiettile vagante. Può anche succedere di sentire dire da un tutore delle Forze dell’Ordine testuali parole: “L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto” - registrazione della conversazione tra una pattuglia intervenuta sul caso di Federico Aldrovandi e la centrale di Polizia -. Può succedere anche di essere arrestati e non riuscire ad uscire dal carcere con le proprie gambe. Così - purtroppo - muoiono i figli d’Italia. Molti, troppi sono i casi simili avvenuti nel nostro paese e spesso senza che uscissero poco più di due righe nei “media tradizionali”. Per ricordare questi morti è uscito in libreria, lo scorso 15 marzo,    

“Quando lo Stato Uccide”, edito da Castevecchi Editore, scritto dai giornalisti Alessia Lai e Tommaso Della Longa. Agenzia Stampa Italia li ha incontrati per porgli qualche domanda.

Come mai avete deciso di scrivere questo libro?

Dopo anni di stadio e di strada, quello che abbiamo visto e sentito raccontare lo avevamo interiorizzato, elaborato e ne avevamo parlato, a volte, in articoli scritti per i giornali per i quali lavoriamo e collaboriamo. Poi si è presentata l’occasione di fare un lavoro più completo e ci siamo buttati, senza peraltro trascurare l’altra parte in causa: le forze dell’ordine, alle quali abbiamo dato la possibilità di “difendersi”.


Nella prima parte del libro, parlate del piano giuridico nel quale operano le Forze dell’Ordine in Italia e in Europa. Quali differenze sostanziali ci sono tra l’Italia e il resto dei paesi europei?

Al di là delle singole legislazioni, che onestamente è molto difficile poter conoscere bene, nel libro abbiamo voluto sottolineare come le leggi europee, avendo un carattere sovranazionale, diventano il quadro di riferimento nel quale si inseriscono e si inseriranno tutte le norme dei singoli Paesi membri in materia di polizia e ordine pubblico. La confusione presente in questo ambito, con due tipi di punti di riferimento - la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Entrambi recepiti dal Trattato di Lisbona - che in alcuni punti non escludono la possibilità di intervenire con le armi contro gruppi di manifestanti e che, addirittura, non escludono l’applicazione della pena di morte lascia spazio a interpretazioni e applicazioni estensive delle norme dei singoli Stati.


Cosa potrebbe cambiare con l’ufficialità dell’European Gendarmerie Force che, secondo quanto si può leggere nel Trattato di Velsen, potrà svolgere tutti i compiti di polizia previsti nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi e potrà garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico?

La caratteristica più inquietante della EGF è che non è sottoposta al controllo dei Parlamenti nazionali o del Parlamento europeo, ma risponde direttamente ai governi degli Stati membri. In teoria è una forza che agisce sotto egida Onu, Nato o Ue o di coalizioni costitute ad hoc. Ma è previsto anche che un governo possa chiedere l’intervento sul proprio territorio. Basta dare un’occhiata agli articoli 4 e 29 del trattato di Velsen per capire che l’ambito in cui potranno operare gli uomini della EGF è vastissimo e comprende anche, come detto, la pubblica sicurezza, l’ordine pubblico, ma anche quello delle indagini di polizia. Nell’articolo 29 è scritto a chiare lettere che “I membri del personale di EUROGENDFOR non potranno subire alcun procedimento relativo all’esecuzione di una sentenza emanata nei loro confronti nello Stato ospitante o nello Stato ricevente per un caso collegato all’adempimento del loro servizio”.


Avete trovato difficoltà nel reperire informazioni sui numerosi casi di morti per mano dello Stato? Quali i più clamorosi?

Tranne quelli più noti, per il rilievo mediatico che hanno avuto, sì, è stato impegnativo. Grazie alla rete internet e a colleghi sparsi in giro per l’Italia abbiamo potuto reperire materiale giornalistico su numerosi casi. In alcuni siamo riusciti a contattare gli avvocati delle vittime, in altri ancora i familiari. Per altri ci siamo scontrati con veri e propri muri di gomma, a volte innalzati dagli stessi familiari e aggravato dal pochissimo rilievo dato al fatto dalla stampa, oppure ci siamo scontrati con la reticenza delle forze dell’ordine responsabili del fatto che, unica fonte a nostra disposizione, non hanno saputo o voluto dare informazioni di alcun genere.


Alcuni dei casi che raccontate, sono quasi sconosciuti. Ciò che appare nei mass media esiste e, al contrario, ciò che non appare, non esiste. Con il giornalismo partecipativo e tutti i canali messi a disposizione, soprattutto grazie ad internet, potrebbe essere più difficile nascondere la verità?

Sì e nel libro dedichiamo un capitolo proprio a questo aspetto. Per fortuna, grazie alla rete, ai social network, fatti scandalosi come, ad esempio, quello del giovane Stefano Gugliotta vengono portati all’attenzione del grande pubblico. Ci si chiede chissà quanti altri italiani innocenti, in passato, hanno dovuto subire lo stesso trattamento di Stefano, magari con conseguenze molto peggiori, senza che un telefonino potesse riprendere la verità…


Come mai uno Stato il cui codice penale, fondato sul Diritto Romano, tecnicamente rasenta la perfezione, possa poi far rispettare le leggi a proprio comodo?

Il “paravento” emergenziale, iniziato con il terrorismo anni ’80 e mai finito (oggi si è trasformato in terrorismo internazionale), con cui operano polizia e magistratura permette tutto questo: violazioni, impunità, manica larga con i tutori dell’ordine che “eccedono”.



Ora, grazie a leggi sempre più repressive fatte ad hoc, gli stadi di calcio italiani si stanno svuotando. Oltre il business che ormai impera ovunque, sembrerebbe che lo stadio sia servito come campo di prova per la gestione delle masse. È possibile che sia stato solo un passaggio e che ora sia destinato alla società?

Qualche mese fa, dopo le manifestazioni a Roma del 14 dicembre 2010, Maroni accennò alla possibilità di introdurre il Daspo per le manifestazioni politiche. La cosiddetta “diffida” sperimentata da anni nell’ambito ultras, un provvedimento di polizia che prescinde dalla decisione di un magistrato. Chi ha un minimo di esperienza di “stadio e piazza” inoltre, sa bene come le forze dell’ordine affrontino, nelle questioni ordine pubblico, tutto alla stessa maniera. I reparti speciali della Guardia di Finanza furono “testati” nelle curve, oggi vengono utilizzati anche in tutte le atre situazioni di ordine pubblico come manifestazioni politiche e sindacali.


Per concludere, secondo voi, cosa ci aspetta nel futuro prossimo?

Niente di buono, viste le premesse. Leggi più restrittive per i cittadini, maglie più larghe per chi indossa la divisa. Il tutto sommato alla poca considerazione che i governi, questo bisogna dirlo, riservano alle richieste di tutori dell’ordine spesso costretti a lavorare con carenze di organico, turni pesanti e stipendi inadeguati. È una miscela esplosiva della quale faranno le spese i cittadini italiani.

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