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(ASI) Di seguito l’ultima puntata del programma F-35. Nella prima puntata si è visto in particolare cosa è l’F-35 nelle sue caratteristiche, il progetto in generale e le sue fasi successive, quali sono le criticità del programma F-35 e il ruolo dell’Italia nel programma stesso. In questa seconda e ultima puntata si vedranno i costi di ogni caccia F-35, i numeri occupazionali che l’intero programma intende prevedere, il ritorno industriale delle aziende italiane che vi partecipano e poi in ultimo verrà esaminata l’alternativa a questo progetto tanto discusso.

Le bugie del programma F-35

Per giustificare l’acquisto dei caccia F-35, di fronte alla critica della nostra campagna e ora di ampie parti dell’arco politico, la Difesa e chi ha voluto il programma ha da sempre portato avanti giustificazioni date da ritorni economici ed occupazionali. Sostenute però con dati imprecisi se non falsi e mai entrando nel merito della scelta. La nostra richiesta è che si torni a parlare del caccia F-35 (o della sua cancellazione) a partire da criteri di fondi e strategici per il nostro paese a partire da un ripensamento del Modello di Difesa. Di seguito comunque i motivi per cui la Difesa ha cercato di far volare delle bugie che si sono invece rivelate poco credibili. Ecco i costi di questo programma: di seguito vengono riassunti gli oneri previsti per l’Italia nelle prime tre fasi (dollari USA): Fase CDP 10 milioni, Fase SDD 1.028 milioni e Fase PSFD 904 milioni. A questi costi esterni vanno poi aggiunti gli oltre 800 milioni di euro per la costruzione della FACO di Cameri (Novara). Va ricordato che allo stato attuale è possibile uscire dal progetto senza alcuna penale da pagare (basta non ordinare nuovi caccia) contrariamente a quanto sempre affermato da politici e funzionari della Difesa. Gli oneri totali sostenuti dall’Italia come indicato annualmente dalla Nota Aggiuntiva al Bilancio della Difesa a partire dall’anno 2003 fino al 2012 sono stati pari a 1946,7 milioni di euro. La Difesa ha sempre cercato di abbassare i costi di acquisto dei caccia, riferendo anche in sedi ufficiali (audizioni presso Commissioni Parlamentari con documenti annessi) stime non aggiornate o costi di sola produzione base (URF) incapaci quindi di dare conto dell’effettivo costo per le casse dello Stato di ogni singolo velivolo. Riteniamo questo un comportamento non accettabile a fronte di un esborso così pesante di fondi pubblici e anche per questo aspetto (così come su quello relativo ai problemi tecnici) chiediamo che si apra un’indagine sia parlamentare che da parte della nostra Corte dei Conti. Sulla base dei dati aggiornati di costo, documentazione ufficiale USA sui lotti che coinvolgeranno anche l’Italia, e tenendo conto del nuovo crono-programma di acquisto dei caccia recentemente rilasciato dalla nostra Difesa, la campagna “Taglia le ali alle armi!” è in grado di stimare i seguenti costi complessivi per il programma JSF. Acquisto di 90 caccia previsti 10,8 miliardi di € (di cui 4,3 per gli STOVL). Acquisto F-35 compresi costi di sviluppo 14 miliardi di euro. Da notare che ciò significa un costo medio per aereo di 120 milioni di euro (compreso sviluppo) e che stiamo parlando di stime attuali che non tengono conto di successivi prevedibili aumenti e che anzi ipotizzano una decrescita del costo unitario (come gli uffici del programma JSF hanno da sempre promesso senza mantenerlo mai). Non vengono nemmeno considerate le esigenze di “retrofit” già emerse sulla base del fatto che i primi aerei ad uscire dalla produzione non avranno una configurazione definitiva. Considerando poi, sulla falsariga di quanto fatto per i programmi canadesi e olandese, il costo totale “a piena vita” del programma (quindi con gestione e mantenimento completi) le stime portano a un costo di quasi 52 miliardi di euro.

I ritorni sull’occupazione:

Si è sempre favoleggiato di un ritorno occupazionale (in particolare sull’area novarese) di 10.000 posti di lavoro: da principio dovevano essere “nuovi” e da subito per il programma, poi si è colto che sarebbero stati comprensivi di indotto e probabilmente derivanti dallo spostamento degli occupati Eurofighter. Tralasciando la cronistoria (comunque possibile) delle bugie e degli annunci falsi su questo aspetto, ci concentriamo su dati reali e ultimi annunci della Difesa. Alla fine 2012 gli occupati a Cameri (Novara) erano di poche centinaia confermando il sottoutilizzo di una struttura pensata per ben altri ritmi di produzione che non si raggiungeranno mai. La Difesa continua a rilanciare i 10.000 posti di lavoro non considerando che la stessa industria (Finmeccanica) è passata da una stima di 3000/4000 addetti ad una più realistica di circa 2000, vicina a stime sindacali che si attestano su poco sopra le mille unità e a precedenti comunicazioni del sottosegretario Crosetto. Tutto questo dimostra come non ci possa essere alcun essere pensante che possa sostenere in Italia o altrove che gli F-35 vadano comprati per ragioni occupazionali. Come è possibile sostenere che si raggiungeranno le 10.000 unità occupate con l’indotto? E saranno occupate pienamente o solo per porzioni di anni, e per quanti anni? Se infatti consideriamo che in fase di picco la produzione EFA per Alenia non ha raggiunto mai le 3000 unità è un falso affermare (come fatto anche ad alti livelli) che i 10.000 posti di lavoro previsti per JSF derivano da spostamenti di lavoratori Eurofighter. Comunque anche tenendo per buone le 2500 unità di impiego diretto (interne a Finmeccanica - fase di picco) per arrivare al totale promesso le 50 ulteriori aziende coinvolte dovrebbero impiegare ciascuna circa 150 persone stabilmente sul programma: impossibile pensarlo per ditte che per la maggior parte sono piccole o medie imprese e considerando che nessuna di esse nelle dichiarazioni recenti ha diffuso totali occupazionali maggiori delle 120 unità. Ciò significa che continuare a riproporre la “storiella” dei 10.000 occupati a questo punto non configura più solamente una mancanza di prudenza nelle stime, ma un vero e proprio tentativo di depistaggio che invece il prossimo Governo dovrebbe rifiutare facendo partire una valutazione indipendente anche a questo riguardo

Il ritorno industriale dell’Italia

Nelle comunicazioni ufficiali ed anche nei recenti dati diffusi dalla Difesa anche ai giornalisti si favoleggiano ritorni dell’ordine del 100% mai confermati. Addirittura nel 2007 (e la leggenda è continuata) si sosteneva di avere superato tale cifra, sommando però anche le ipotesi di contratto e non solo gli accordi realmente sottoscritti. Nella realtà oggi le nostre industrie hanno ottenuto circa 800 milioni di dollari di appalti a fronte di una spesa già sostenuta dall’Italia di circa 3 miliardi di euro (ritorno poco sopra il 20% della spesa) il che rende ancora più insensati i 14 miliardi di ritorni “possibili” che la Difesa continua a sbandierare. Non si capisce come sia possibile arrivare ad un 100% del ritorno se ora siamo a livelli molto più bassi ed anche i nostri aerei non verranno costruiti integralmente da noi. Dei primi 140 milioni di dollari sicuramente versati dall’Italia per componenti speciali dei lotti 6 e 7 (senza quindi contare il costo pieno dell’aereo) nessun centesimo è rientrato nel nostro paese perché le lavorazioni sono state divise tra Texas, California, Florida e in alcuni casi anche Regno Unito. Che le aziende italiane abbiano investito sperando in contratti di ritorno non è una motivazione sufficiente a costringere il nostro paese ad un investimento così ingente. Persino per Alenia Aeronautica, fin dall’inizio indicata come partecipante di primo piano al programma per la costruzione dei cassoni alari, le prospettive non sono confermate. Delle oltre 1200 ali ipotizzate ne sono state messe sotto contratto solo 100 e anche altri competitor si affacciano a questa torta produttiva che potrebbe essere molto meno remunerativa del previsto. Non è inoltre possibile sapere come siano conteggiati gli 800 milioni: è il totale delle commesse con provenienza esterna al nostro paese oppure il totale dei contratti sottoscritti, con il rischio di subappalti che diminuirebbero conseguentemente la reale portata di tali ritorni? Anche su questo punto si chiederà chiarezza al Ministero della Difesa, che nei suoi grafici mostra sempre confidenza sulle possibilità maggiori senza dare dettagli su stime più realistiche.

L’alternativa al programma F-35

Con il costo di 1 cacciabombardiere F35 (stima media di 130 milioni di euro) potremmo:

- costruire 387 asili nido con 11.610 famiglie beneficiarie e circa 3.500 nuovi posti di lavoro; oppure

- 21 treni per pendolari con 12.600 posti a sedere; oppure

- 32.250 borse di studio per gli studenti universitari; oppure

- 258 scuole italiane messe in sicurezza (rispetto norme antincendio, antisismiche, idoneità statica); oppure

- 14.428 ragazzi e ragazze in servizio civile per un anno; oppure

- 17.200 lavoratori precari coperti da indennità di disoccupazione; oppure

- 14.742 famiglie con disabili e anziani non autosufficienti aiutate con servizi di assistenza.

Fonte: campagna “Taglia le ali alle armi”, www.disarmo.org

Davide Caluppi Agenzia Stampa Italia



Articoli precedenti

L’inutilità del programma dei caccia F-35

F-35: un nuovo appello al Parlamento

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