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Politiche 2013: Berlusconi e Grillo, le due bighe dell'Italia
(ASI) Il primo è il Presidente italiano per eccellenza. Silvio Berlusconi è arrivato terzo alla Camera, ma ha compiuto un'impresa che per sforzi e disposizione di mezzi può essere equiparata ad una clamorosa rimonta in una gara di velocità. Berlusconi è uno dei pochi personaggi della storia d'Italia ad esser divenuto ideologia, tanto è vero che l'anti berlusconismo è un sentimento contro ideologico travolgente e rabbioso. Ha subíto un colpo di stato dalla finanza internazionale, è stato perennemente deriso da un successore, Mario Monti, non democraticamente eletto. Tombeur de femmes, carismatico, capitalista, liberale, ha volato basso nel 2012 italiano con il peso sulla schiena di un divorzio, di un partito morto, dell'assenza di un successore a 72 anni, con il pericolo di vanificare venti anni di lavoro.

Nel 2008 il suo partito ha vinto le politiche con il 37.4% dei voti, una percentuale già di per sé adatta a governare, alla quale si sono aggiunti altri 10 punti della coalizione con Lega Nord e Movimento Autonomia per il Sud. Ha tenuto in pugno il Parlamento con i voti del 46.8% degli italiani. A dicembre 2012, dopo il defenestramento dell'Unione Europea e privato del leader, il PDL era al 15% dei consensi. Dal rientro in scena del Presidente ha recuperato sino ad ora 8 punti percentuali. In tempi di guerra si conferiscono poteri eccezionali ad un guerriero, e la sua nomina da parte degli italiani del centro destra è indiscutibile e chiara. Nessuno dei candidati delle politiche 2013 ha avuto contro la magistratura, le agenzie di rating, i media esteri, l'ideologia, motivi che bastano a renderlo il più forte di questa tornata. Forte come le linee internazionali che mantiene vive, ad esempio il rapporto con il premier russo Vladimir Putin, nominato uomo più influente del 2012.

Ma il primo partito alla Camera è quello di Beppe Grillo, sicuramente il miglior mangia voti dell'elettorato berlusconiano. C'è chi lo chiama ancora comico per delegittimarlo, ma una voce che dal 2007 ad ora raccoglie più del 20% dei voti è un politico dal successo molto solido. Chi asserisce il contrario non rispetta l'anima della democrazia. Il Movimento 5 Stelle è stato uno tsunami anti ideologico, anti destra, anti sinistra, pro popolo sovrano. Grillo ha riempito le piazze con la sua tempra autoritaria, e ha ridisegnato il panorama politico della nazione con un programma razionale e puntuale. Mandare a casa la casta, introdurre la sobrietà nella politica, difendere la nazionalizzazione di alcuni settori dell'economia, portare avanti delle criticità italiane a Bruxelles. Il suo programma è amatissimo dagli italiani, ma parallelamente sono venute alla luce delle dinamiche interne scandalose. Grillo non è democratico, ha cacciato via dei consiglieri eletti, colonne portanti, quando questi hanno cominciato a parlare di assemblee nazionali. Il cofondatore del movimento, Gianroberto Casaleggio, è risultato colluso con moltissime lobbies industriali ed economiche non certo populistiche, anzi. I giornalisti sono continuamente allontanati durante i comizi, e i grillini non si confrontano in dibattici democratici con gli altri candidati. Ma questa demagogia non è stata una discriminante per un quarto degli italiani votanti.

La coalizione del Partito Democratico, il secondo partito alla Camera, raggiunge l'ottimo punteggio del 30%, confermando all'incirca il risultato del 2008. Con un'unica spada di Damocle: allora furono battuti dal centro destra. Ad oggi il centro destra non esisteva sino a dicembre 2012. Un risultato che svela un'establishment di centro sinistra che non ha minimamente fatto progressi nella costruzione di un'alternativa politica. E' una percentuale immobile di politici bersaniani che sul palcoscenico vuoto lasciato da Berlusconi non hanno saputo improvvisarsi attori protagonisti. E'un 30% senza verve democratica, fermo al supporto delle stesse lobbies foraggiatrici del 2008, quelle dello scandalo Monte dei Paschi di Siena dello scorso gennaio.

Mario Monti si attesta al 10%, relegando nel dimenticatoio gli alleati Fini e Casini, defunti con percentuali invisibili. Avrà una fetta di Parlamento che gli consentirà di adattarsi ad un governo di centro sinistra con il PD, continuare la precedente investitura e divenire un politico sistemico come sinora sono stati i vari Casini, Mastella, eccetera.

La Lega Nord, il movimento populista che nel 2008 sfondò la linea di confine del Po spopolando nel centro Italia con il 10% dei consensi, oggi ha tirato un gran sospiro di sollievo. Dopo lo scandalo che l'ha relegata a Lega delle mazzette, ha superato di poco lo sbarramento del 4% e in silenzio seguirà la leadership di coalizione.

Oscar Fulvio Giannino resterà il più interessante degli economisti diplomati, ma il suo partito Fare si attesta all'1%.

La sinistra radicale di Antonio Ingroia e della Rivoluzione Civile scompare con il 2%, sconfitta da una società che, seppur disastrata, è molto più evoluta di un programma di matrice totalitaria. Ci lascia il ricordo della maleducazione di Sandro Ruotolo, che nel Lazio non stringe la mano ad un candidato delle regionali.

Nichi Vendola, rappresentate di una sinistra assai più propositiva e dinamica, delude le aspettative dei progressisti insabbiandosi al 3%, una percentuale in estinzione in una nazione fortemente destro centrica. Stesso destino per i radicali di Marco Pannella, fermi allo 0.2% di Amnistia Giustizia Libertà.

La destra sociale cessa di esistere dopo un inutile sforzo di tenere accesa la fiamma per più di dieci anni. Oltre l'1 e passa percento di Fratelli d'Italia, la destra è dispersa in rivoletti dello zero virgola, le famose percentuali telefoniche, delle varie La Destra, Fiamma Tricolore, Forza Nuova.

Una sferzata di novità è stata introdotta nei palinsesti televisivi dall'entrata nei giochi elettorali di Casa Pound Italia ed il suo candidato premier Simone Di Stefano. Il movimento romano dei “fascisti del terzo millennio”, fortemente anti sistema e noto per l'impegno nell'emergenza abitativa, con lo slogan “Falli piangere” ha raccolto nel Lazio circa tredicimila voti al Senato.

Berlusconi e Grillo corrono con le bighe del carisma, Monti e Bersani hanno i numeri ed i trascorsi per primeggiare insieme per conto della Germania e dell'Unione Europea. Una combinazione vincente di questi quattro campioni è assai difficile da individuare, in questa puntata così dispendiosa per la nostra nazione. Non è ben chiaro se questo comporterà una nuova corsa con una legge elettorale cambiata, o una nuova insolita squadra parlamentare.

Maria Giovanna Lanotte – Agenzia Stampa Italia

 
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