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(ASI) L’Ambasciata di Colombia presso la Santa Sede ha proposto, nel pomeriggio di mercoledì, un dibattito tra la stampa e sei membri delle forze pubbliche colombiane recentemente rilasciati dai guerriglieri delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia).

L’Ambasciatore Cesar Mauricio Velasquez Ossa ha fornito una sintetica ma accorata introduzione all’argomento, profondamente sentito nel Paese latinoamericano. Egli ha affermato, in nome del Governo colombiano, che le pratiche adoperate dalle Farc - sequestri, attentati, omicidi - non favoriscono una soluzione pacifica a un conflitto che perdura ormai dal 1964, anno di fondazione del gruppo rivoluzionario. “Non esiste pace senza giustizia”, ha sospirato l’Ambasciatore, il quale ha inoltre voluto inviare un appunto neanche troppo velato a certi ambienti culturali europei, ammaliati da miti esotici di insurrezioni popolari. “La visione romantica che si ha, spesso, in Europa delle Farc è fuorviante e non confortata dalla realtà dei fatti”. Prima di concludere il suo intervento, Velasquez Ossa ha tenuto a sottolineare che i valori cristiani sono alla base dell’atteggiamento del Governo colombiano in merito a questo conflitto, dunque il dialogo e la propensione al perdono rappresentano pilastri della sua politica. Alle parole dell’Ambasciatore è seguito un breve intervento di Roberto Montoya, coordinatore di Mediatrends, Osservatorio indipendente che studia le tendenze dell'informazione internazionale. Montoya ha spiegato ai presenti la natura dell’impegno dell’Osservatorio di cui è coordinatore, dopodiché ha ceduto la parola agli ospiti d’onore della conferenza: i sei ex prigionieri delle Farc.

Ognuno dei sei, dopo una presentazione personale e del proprio grado militare, ha raccontato l’esperienza vissuta, ovvero le modalità del sequestro, il periodo di tempo passato in reclusione e le emozioni che hanno scandito le loro interminabili giornate. Alcuni di questi militari hanno passato quattordici anni della propria vita privati dei più elementari diritti, senza possibilità di incontrare i propri familiari e con una catena stretta al collo. Risale al febbraio 1998 il più lontano nel tempo dei sequestri raccontati, uno smisurato calvario che è finito soltanto lo scorso 2 aprile, data del rilascio. Le sofferenze subite sono, per questi uomini, cicatrici che nessuna retribuzione materiale può risanare, ma solo una fede profonda. “Gli unici conforti che ci hanno permesso di superare questi patimenti - ha spiegato commosso un militare - sono stati l’amore per Dio, per le nostre famiglie, per le Istituzioni che rappresentiamo, per la Colombia, per la sua stupenda gente e per tutto il mondo libero”. Essi hanno superato, non senza difficoltà, il trauma di questa esperienza, ritenendosi fortunati in quanto ancora vivi (a differenza di altri, che sono morti durante il sequestro) e privi di ferite psicologiche gravi. Molto emozionante la testimonianza di uno dei sei, un sottoufficiale dell’Esercito che ha espresso un messaggio di speranza: “Nella mia vita non avrei mai pensato di poter incontrare il Santo Padre. Ebbene, l’occasione così meravigliosa l’ho avuta grazie a questa esperienza negativa”. Come a dire, anche il più nefasto degli episodi può rivelarsi foriero di sorprese magnifiche. L’incontro con papa Benedetto XVI è avvenuto nei giorni scorsi in Vaticano.

Insieme ai sei militari presenti a questo dibattito, altri quattro sono stati rilasciati lo scorso 2 aprile dalle Farc. Il rilascio è avvenuto nella giungla, i prigionieri sono stati presi in consegna da due elicotteri dell’aviazione brasiliana. L’Ambasciatore Velasquez Ossa ha ringraziato il cardinale Dario Castrillón Hoyos, determinante negoziatore tra Governo e Farc ai fini del rilascio. Il conflitto tra le due parti prosegue da quarantotto anni, le Farc sono un’organizzazione di stampo socialista e bolivariano che contesta allo Stato politiche liberiste che penalizzano le fasce più povere della popolazione.

Federico Cenci – Agenzia Stampa Italia

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