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Politica Estera

Massacro di bambini in Siria. Basta!

Di Fabrizio Torella 27 Maggio 2012 – 10:03 3 min di lettura

(ASI) Più di cinquanta bambini morti in un bombardamento perpetrato dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad, secondo quanto dichiarato dal Consiglio Nazionale Siriano. E’ avvenuto nella città di Hula, provincia di Homs, dove gli osservatori ONU sono in procinto di fare i loro controlli per verificare una tregua che non c’è. L’ennesima conta impietosa di giovani innocenti, vittime dell’odio e della follia di un mondo in perenne crisi di identità.

Non arriverà mai troppo tardi il momento per fermarsi e riconoscere coralmente che non è più accettabile sacrificare la vita anche di un solo bambino sull’altare dell’egoismo umano, in tutte le sue forme. Questa presa di coscienza dipende prima di tutto dalle circostanze culturali e sociali in cui scaturisce la riflessione; la velocità e la quantità di informazione a cui è sottoposta la nostra società del benessere, il tourbillon quotidiano di immagini che raccontano sofferenza, altera la percezione della realtà anestetizzando i sensi che non reagiscono più agli stimoli esterni, anche i più impetuosi. Fino a quando l’orrore non entra in casa nostra, e le vittime diventano i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri amici. I fatti di Brindisi hanno generato un moto di emozione collettiva che ha unito il paese nello sconcerto, per un gesto vile che non trova spiegazione nella logica del sentire comune. Ogni vita negata violentemente, rappresenta la negazione dell’altro da sé, quindi della società, di quella dimensione in cui l’uomo ha scelto di convivere vuoi per istinto di sopravvivenza, vuoi per la sua stessa natura di essere sociale. Se poi ad essere colpita dalla ferocia bestiale è una ragazza di 16 anni -a quell’età guai a chiamarle ragazzine- la sconfessione di quel patto originario diventa assoluta: i giovani e i giovanissimi del mondo ne sono i futuri garanti, la loro incolumità oltre ad un obbligo morale, rappresenta l’assicurazione per la continuazione della specie che nel gruppo ha trovato il gene primordiale della sua sopravvivenza.

Ogni anno nel mondo, migliaia di ragazzini sotto i 18 anni sono vittime di guerre, sfruttamento, maltrattamenti di ogni sorta. Reclutati nei conflitti tribali dell’Africa Nera o nelle faide di droga dei vicoli di Scampia, rapiti dalle loro povere case e assoggettati ai deliri psico-sessuali di insospettabili benpensanti del mondo “civilizzato”, strappati alla loro innocenza da un sistema economico senz’anima, trucidati dall’intelligenza delle armi del neocolonialismo democratico, negati ancor prima di esistere da aberranti sistemi di ragioneria demografica. L’Unicef attualmente stima in 300.000 il numero di bambini soldato, 190 milioni quello dei lavoratori, spesso in condizioni di vero e proprio sfruttamento – ma un bambino che lavora invece di andare a scuola è sempre un’aberrazione, anche nelle circostanze più idilliache. Le statistiche sui bambini vittime di abusi nei focolai domestici sono incerte ma il dato non è marginale, come incerto è il numero delle baby prostitute provenienti dai paesi più poveri, schiave delle mafie internazionali e dei loro “clienti” senza scrupoli.

Una lista lunga, interminabile, che si perpetua di anno in anno, insieme ai lunghi elenchi di atrocità di cui l’uomo è capace, a testimoniare la deriva esistenziale dell’uomo moderno il quale vive quotidianamente nel paradosso di inseguire il suo benessere attraverso l’odio e la violenza.

Individualmente cosa possiamo fare? Ricominciare a sentire, a vedere e a non accettare più. Parafrasando José Martì: “Nessuno ha il diritto di dormire tranquillo, mentre ci sia un bambino, un solo bambino, infelice”.

Fabrizio Torella Agenzia Stampa Italia

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