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(ASI) A Cuba sono sempre più ossessionati dal desiderio di diventare una potenza petrolifera. Dopo gli accordi stretti nel 2008 con il Brasile la scorsa estate importanti accordi sono stati siglati in materia con la Cina.
Grazie a questi accordi da circa due settimane sta agendo nel mare che circonda l’isola caraibica la piattaforma petrolifera Scarabeo 9; costata oltre 700 milioni di dollari e costruita dall’italiana Saipem, società dell’Eni, ha iniziato le perforazioni a 1700 metri di profondità, nel "blocco cubano" denominato Jaguey, a circa 22 miglia dalla costa cubana, all’altezza di Playa de Santa Fe.

Quest’area fa parte della zona economica esclusiva di L’Avana e vede all’opera agli altri spagnoli di Repsol, che hanno affittato la piattaforma cinese, anche ditte malesi, russe, e venezuelane, mentre a breve dovrebbero arrivare anche società norvegesi ed indiane.

Secondo il governo di L’Avana a largo dell’isola, stando ad uno studio realizzato dal servizio geologico degli Usa, ci sarebbero qualcosa come 4,6 miliardi di barili nella peggiore delle ipotesi; qualcuno, quanto mai ottimista, pensa che potrebbero essercene fino a 20 miliardi barili.

Qualora le stime, anche le più pessimistiche, fossero confermate Cuba si trasformerebbe in breve tempo in uno dei maggiori produttori di petrolio dell’area americana, tanto che da qui a quattro anni l’estrazione di greggio potrebbe  arrivare a 525,000 barili al giorno, decisamente sufficienti per i bisogni interni e per l’esportazione, il che significherebbe nuove entrate per le già  provate casse statali.

I cubani hanno in mano il loro futuro; in passato legandosi mani e piedi all’Urss, più per convenienza che per affinità ideologica, hanno limitato fortemente il loro progresso, ora dovrebbero stare attenti a non commettere nuovamente un errore simile legandosi mani e piedi ad un altro paese.

 

 

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