Da San Pietroburgo Putin sfida ancora una volta l’Occidente

(ASI) San Pietroburgo – L’economia, le relazioni con i paesi dell’Est, il rapporto burrascoso con l’Occidente, la guerra in Ucraina: discorso fiume del presidente russo al 26° Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Considerato un po’ la Davos dell’Oriente, da ventisei anni il Forum riunisce i più eminenti rappresentanti dell’economia e della finanza. Stavolta, però, il Capo del Cremlino ha approfittato per lanciare messaggi inequivocabili agli Stati Uniti, all’Unione europea e all’Ucraina di Volodymyr Zelensky.

Nel lunghissimo intervento tenuto il 16 giugno, ha innanzitutto voluto dare l’immagine di un’economia solida e fiorente, capace di reagire efficacemente all’impatto delle sanzioni occidentali. A suo dire, i principali indicatori sono tutti positivi, dall’aumento del Pil all’incremento del tasso di crescita dell’economia nazionale.

Putin ha assicurato sulla tenuta delle finanze pubbliche e ha affermato che la disoccupazione è ai minimi storici. Stesso discorso per l’inflazione, la quale secondo lui è “inferiore a quella di molti paesi occidentali e dell'eurozona”. Relativamente al settore bancario, dal palco di San Pietroburgo sono risuonati dati incoraggianti sugli investimenti e sui prestiti destinati a imprese e cittadini. Il capo del Cremlino ha prospettato un futuro fruttuoso per il settore edile, annunciando un imminente piano di opere pubbliche.

Per il presidente, le sanzioni non hanno intaccato l’andamento delle esportazioni. Anzi, dal palco ha prefigurato entro la fine dell’anno “un nuovo record nelle esportazioni di grano” verso il resto del mondo, paesi africani compresi. E sulla ritirata di gran parte delle multinazionali ha tagliato corto, salutando con soddisfazione la sostituzione dei grandi marchi esteri con quelli nazionali.

Da qui la stoccata a Washington e ai suoi alleati, accusati di voler “monopolizzare il mondo” e “combattere contro la Russia” facendo pressione su settori fondamentali quali la finanza, l’energia, l’alimentare. “Stanno armando il dollaro”, ha attaccato, paragonando la moneta a uno strumento bellico. Putin ha poi deplorato il congelamento dei beni dei suoi fedelissimi oligarchi, bollandolo senza mezzi termini come “una rapina”.

Per ogni porta che in Occidente si chiude, sembra aprirsene una nuova nel resto del mondo. Il capo del Cremlino ha ribadito la necessità di “rafforzare i legami commerciali” con Asia, Medio Oriente, Africa, America Latina. Ha rivelato l’intenzione di costruire “catene di cooperazione tecnologica” con i paesi Brics, decisi a strappare all’Occidente lo scettro di potere nella definizione degli equilibri globali. Non poteva mancare una menzione particolare per la Cina di Xi Jinping e l’India di Narendra Modi, con cui Putin ha vantato di avere relazioni “davvero buone”.

Relazioni che passano anche attraverso l’abbandono del dollaro per il pagamento degli scambi commerciali. “Stiamo sviluppando dinamicamente il commercio in valuta nazionale” ha sottolineato Putin, lanciando l’ennesimo guanto di sfida all’Occidente.

Gli affondi più significativi sono arrivati quando il discorso ha toccato il tasto dolente dell’Ucraina. Stavolta è stata usata la parola “guerra”, ma solo perché si è voluto esplicitamente incolpare Kyiv “e i suoi collaboratori occidentali” di aver iniziato il conflitto già nel lontano 2014.

Stando a Putin, il Cremlino è stato “costretto” a ricorrere alle armi per difendere Mosca e le repubbliche di Donetsk e Luhansk dalle brame di potere avversarie. L’ennesima affermazione provocatoria, questa, dal momento che – va ricordato – le due repubbliche in terra ucraina sono state recentemente annesse alla Russia attraverso un referendum giudicato illegale da gran parte della comunità internazionale.

“Abbiamo tutto il diritto di credere che denazificare l'Ucraina sia uno dei nostri obiettivi principali”, ha ribadito il presidente, tornando a rispolverare la memoria di dolorosi eventi storici pur di giustificare l’invasione del paese. Poi il durissimo attacco a Zelensky, definito “una vergogna per il popolo ebraico” e descritto come il capo di una “cricca neonazista” da debellare a ogni costo.

Il capo del Cremlino ha minimizzato gli effetti della controffensiva ucraina e ha esibito nuovamente i muscoli, delineando un’industria nazionale della difesa in costante sviluppo. In seguito alle incursioni ucraine in terre russe e al controverso episodio dei colpi sferrati al Cremlino, dal palco di San Pietroburgo è arrivata una nuova minaccia: “Pensate che sia difficile per noi distruggere qualsiasi edificio o struttura nel centro di Kiev? No, non lo è”.

E sulle armi nucleari Putin ha tagliato corto, avvertendo che vi ricorrerà in caso di “minaccia esistenziale all’integrità territoriale, all'indipendenza, alla sovranità della Russia”. Ha anche promesso un ulteriore dispiegamento di armi tattiche nucleari in Bielorussia, contando sulla complicità del presidente Lukashenko.

Non possiamo sapere con certezza quanto i dati snocciolati sul palco del Forum riflettano la realtà dei fatti. Non possiamo sapere nemmeno quanto siano serie le minacce lanciate. Quel che è certo, è che l’eventualità di una tregua nelle ostilità risulta ancora, purtroppo, una chimera.

Marco Sollevanti – Agenzia Stampa Italia

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