Turchia, elezioni: Erdogan di nuovo presidente

(ASI) Ankara – Prima sindaco di Istanbul, poi diverse volte Primo ministro. Ora la riconferma a presidente della Repubblica per i prossimi cinque anni. Da oltre trent’anni, Recep Tayyip Erdogan è il protagonista incontrastato della vita politica turca.

La riconferma alla carica di capo dello Stato è arrivata domenica 28 maggio. Un evento tutt’altro che scontato, se si pensa che per la prima volta Erdogan è stato costretto a confrontarsi con il ballottaggio.

Il principale sfidante, Kemal Kilicdaroglu, è riuscito nell’impresa di riunire le molteplici forze laiche e socialdemocratiche in un’unica grande coalizione, l’Alleanza della Nazione. Ma nemmeno questa significativa mossa ha potuto scalfire i conservatori del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, riunitisi nell’Alleanza del Popolo assieme a ultranazionalisti, islamisti e antifemministi.

Al secondo turno, la percentuale dei votanti si è ridotta di tre punti percentuali, attestandosi alla soglia dell’84%. Erdogan ha comunque totalizzato il 52% delle preferenze, staccando di meno di 5 punti le opposizioni.

Contestualmente si sono tenute le elezioni parlamentari, dove l’Alleanza del Popolo ha conquistato 323 seggi contro i 212 dei sostenitori di Kilicdaroglu. In Assemblea, le forze di opposizione hanno incrementato i seggi ottenuti rispetto alle consultazioni del 2018. Sono state superate, tuttavia, dalla coalizione di destra ed estrema destra nonostante il partito di Erdogan abbia perso una trentina di scranni.

Commentando a caldo gli esiti del ballottaggio, il presidente ha fatto appello al senso di responsabilità, promettendo di lavorare anche per chi non l’ha votato. “Oggi nessuno ha perso. Ognuno dei nostri 85 milioni di cittadini ha vinto. Non siamo offesi, risentiti o arrabbiati con nessuno. È tempo di lasciare da parte tutte le dispute e i litigi, di unirci e stringerci attorno ai nostri obiettivi e sogni nazionali”, ha affermato dinanzi ai sostenitori.

Eppure, oggi la Turchia è molto più divisa di quanto potrebbe apparire. Appesantito dalla crescita galoppante dall’inflazione, ferito dalle devastazioni del terribile terremoto dello scorso febbraio, lacerato dalle amare contese in tema di libertà fondamentali e diritti umani, il paese cerca di sopravvivere in eterno equilibrio fra Occidente e Oriente.

Erdogan ha promesso di lasciarsi guidare da due concetti chiave: fiducia esterna e stabilità finanziaria. Ha detto, cioè, di voler costruire “un’amministrazione economica solida” capace di combattere l’inflazione crescente. Ha parlato di investimenti corposi in molteplici settori dall'istruzione alla sanità, dai trasporti all'energia, dall'industria all'agricoltura. Ha fatto riferimento alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Il tutto caratterizzato dal miglioramento della “reputazione internazionale” di Ankara, anche alla luce della ridefinizione degli equilibri globali innescata dalla guerra in Ucraina. “La Turchia avrà una forza molto significativa e acquisirà il ruolo che le spetta. Opereremo in modo più attivo sui canali politici e diplomatici”, ha dichiarato.

Il capo dello Stato ha illustrato il suo progetto di rendere la Turchia un punto di riferimento internazionale nello stoccaggio e smistamento delle fonti energetiche. Ha annunciato, in merito, massicci investimenti interni ed esteri nei settori dei trasporti e dell'energia.

Kemal Kilicdaroglu, dal canto suo, ha fatto sapere di voler mantenere in vita la coalizione di opposizione, continuando a guidarla in prima persona. Lo sfidante ha criticato aspramente quello che definisce un “governo autoritario”. Ha bollato le consultazioni appena concluse come “le più ingiuste degli ultimi anni”, denunciando un sistema fin troppo sbilanciato a favore di Erdogan.

Ha poi puntato il dito contro le ingiustizie di un’economia sempre più fragile: “Il mio cuore non può permettere che i nostri figli vadano a letto affamati e che i negozianti si indebitino. Siamo tutti una sola famiglia”. Per il capo del Partito Popolare Repubblicano, c’è in ballo l’esistenza stessa della democrazia: “Come vostro amico, vostro figlio, vostro zio, come persona di questa terra ho sempre combattuto per i vostri diritti e continuerò a sostenere la lotta per la democrazia per i bambini, per il popolo, per i pensionati e per gli agricoltori”.

D’altronde, sono varie le criticità con cui Erdogan è chiamato a misurarsi. Vi è la controversa gestione del drammatico terremoto che ha flagellato il paese. A ispirare la sua coalizione c’è poi una visione religiosa e sociale spiccatamente conservatrice, ispirata ai valori dell’Islam sunnita. Una visione che – assai lontana dall’impronta laica del padre fondatore Ataturk – danneggia le minoranze religiose, la comunità omosessuale, le donne. Basti pensare, a titolo di esempio, alla clamorosa decisione di riconvertire in moschea la celeberrima Basilica di Santa Sofia. O all’eclatante uscita dalla Convenzione internazionale contro la violenza alle donne. Per amara ironia della sorte, il trattato venne firmato proprio a Istanbul, nel 2011.

E che dire delle ambiguità nelle relazioni Est-Ovest, prepotentemente riemerse in seguito al conflitto in Ucraina. La Turchia – membro della Nato – sta bloccando ormai da mesi l’allargamento dell’organizzazione alla Svezia. Alle radici del veto, la disputa con Stoccolma sull’estradizione dei curdi, considerati pericolosi terroristi da Ankara.

Non solo. Il paese che è riuscito a scongiurare una crisi alimentare mondiale ottenendo un accordo importantissimo sull’esportazione di milioni di tonnellate di grano bloccate in Ucraina è, in fondo, il medesimo paese che ha affidato ai russi il ricchissimo progetto di estensione e ammodernamento della centrale nucleare di Akkuyu.

E se i capi di Russia e Iran sono stati fra i primi a congratularsi per la rielezione, nemmeno i principali vertici dell’Occidente hanno perso tempo, sfruttando l’occasione per richiamare Erdogan a cooperare concretamente.

Il presidente statunitense Joe Biden ha esortato a “lavorare insieme come alleati della Nato”. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito “di importanza strategica” i rapporti fra Bruxelles e Ankara. Da Kyiv, persino Volodymyr Zelensky ha voluto incoraggiare il collega a “sviluppare la cooperazione per la sicurezza e la stabilità dell'Europa”.

Al di là di promesse, avvertimenti e accuse reciproche, il destino della Turchia non è mai stato così in bilico fra Est e Ovest, fra oscurantismo e libertà, fra autoritarismo e democrazia.

Marco Sollevanti – Agenzia Stampa Italia

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