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(ASI) La crisi economica che stiamo attraversando potrebbe suggerire scoramento e rassegnazione. Sentimenti che, nell’atto pratico, si traducono in un atteggiamento remissivo nei confronti della vita, aggravando uno scenario desolante dovuto ad un andazzo sempre più diffuso, soprattutto nelle società industrializzate: il calo demografico.

La scarsa propensione dei contemporanei a fare figli è motivo di incalcolabili deficit che si ripercuotono su tutta la società, e un recente studio curato dagli americani Susan Yoshihara e Douglas A. Sylva (rispettivamente “socio anziano” e vicepresidente dell’istituzione C-Farm, Catholic Family & Human Rights Institute di Washington) documenta un ulteriore, finora poco considerato danno che gli Stati subiscono a causa del forte calo di natalità. Lo studio (il cui titolo è “Il declino della popolazione e la riorganizzazione della politica delle grandi potenze” e che è composto da nove saggi) pone l’accento sulle interazioni tra geopolitica e declino demografico, dimostrando come questo secondo fattore incida profondamente sulle dinamiche del primo. Le potenze mondiali risentono gravemente, in termini militari, delle poche nascite, al punto da poter fare affermare che la denatalità, oltre che privarle di forza lavoro, le stia anche disarmando.

Lo studio si sofferma principalmente su quanto sta avvenendo, in questo senso, in tre regioni chiave dello scacchiere geopolitico: Russia, Giappone ed Europa, potenze fiaccate negli ultimi decenni da tassi di fertilità sotto la soglia del rimpiazzo generazionale. In Russia, per esempio, la soddisfazione per la caduta del comunismo è stata compensata da una graduale contaminazione edonistica occidentale che ha provocato una decadenza considerevole di quella che era una grande e fertile nazione. Si pensi che nel periodo 1987-1999 le nascite in Russia sono scese del 50%. Cosa ne è derivato? Che la mancanza di giovani maschi adatti alla leva comporta oggi - afferma lo studio - “un aggravarsi delle già fragili condizioni della società russa, comparto militare incluso, e maggiore di quanto la questione economica preannunci”. In Giappone, invece, è oltremodo desolante registrare come talvolta il calo demografico non venga affrontato come un problema da risolvere, bensì da nascondere: il Paese nipponico sta goffamente tentando, infatti, di sostituire il personale militare umano con armamenti altamente tecnologici. Questa predilezione per la macchina rispetto all’uomo, oltre a suggerire perplessità di carattere etico, apre una voragine che rischia di risucchiare il Giappone nella completa impotenza militare, cancellandone definitivamente anche l’ultimo barlume di sovranità che ancora contraddistingue questo prestigioso Paese. A quel punto, anche il peso politico del Giappone nella regione ne uscirebbe ridimensionato notevolmente. Un’ipotesi che - osserva lo studio - “potrebbe aggiungere un ulteriore fattore di tragica volubilità alla politica delle alleanze e innescare dinamiche di competizione fra grandi potenze a livello regionale che poi possono però riverberarsi a livello globale”.

In ultima analisi, appare suicida, da parte dell’Europa, che si prosegua con una politica di massima apertura verso l’immigrazione di massa, considerando che già ora il Vecchio Continente si trova a dover fronteggiare una quantità di immigrati assai superiore a quanto potrebbe sopportare. Tuttavia, la scelta di far proseguire questa “infiltrazione esterna” è da interpretare proprio come volontà di affidarsi all’apporto migratorio per contribuire ad un tasso di fertilità altrimenti bassissimo tra gli europei autoctoni. Lo studio di Yoshihara e Sylva si spende in una proposta di affrancamento per l’Europa da questo rimedio esterno - e, sotto un altro aspetto, controproducente - alla denatalità, ovvero legiferare per offrire alle “donne orientate alla famiglia” condizioni di vantaggio. Lo stesso Sylva, però, riconosce che un simile gesto di buon senso dovrebbe fare i conti con un paio di dogmi dell’ideologia progressista difficili da scardinare, malgrado impediscano lo sviluppo della società. “Fare così - scrive Sylva - costringerebbe ovviamente l’Europa ad abbandonare alcuni dei più riveriti princìpi del femminismo e del multiculturalismo, ma è un passo che, nonostante le conseguenze geopolitiche favorevoli che comporta, i governi europei sembrano ben poco propensi a compiere”. In effetti, in una società divisa ed individualista come quella odierna, stonerebbe la scelta sana, amorevole degli Stati europei di considerare la crisi economica non un deterrente, bensì una sfida da affrontare con l’antica intraprendenza che ci contraddistinse (ai tempi in cui la vita veniva vissuta nella realtà, non attraverso una piattaforma virtuale). Ne deriva che un efficace progetto di politica demografica resta, attualmente, un obiettivo utopico e che, se continuiamo su questa strada senza uscita, come europei siamo destinati all’estinzione.

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