(ASI) L'indice PMI manifatturiero cinese del mese di aprile ha registrato una lieve flessione, toccando quota 51,1 punti rispetto ai 51,9 di marzo. A riportarlo è il Dipartimento Nazionale di Statistica che, come di consueto in ogni ultimo giorno del mese, stamani ha pubblicato i dati che fotografano, genericamente, lo stato di salute dell'economia del gigante asiatico. Più consistente è invece il calo fatto segnare dal PMI non-manifatturiero, sceso a 54,9, giù di 1,4 punti rispetto al mese scorso. Com'è noto, la soglia critica è quella dei 50 punti: un dato al di sopra di questo valore indica una fase espansiva, al di sotto una contrazione.

Secondo Zhao Qinghe, a capo del Dipartimento, la manifattura cinese vive ancora un momento positivo sulla base dell'apparente rimbalzo del mese precedente, «perdendo qualcosa ma mantenendosi ancora al di sopra del livello registrato nello stesso periodo del 2019 e del 2020». I sottoindici maggiormente in calo su base mensile riguardano la produzione, scesa a quota 52,2 (-1,7 su marzo), e i nuovi ordini, scesi a quota 52 (-1,6), evidenziando un rallentamento nella crescita della produzione e della domanda. Per quanto concerne le materie prime, invece, l'indice di inventario - parametro che monitora il movimento delle merci in magazzino - è sceso a 48,3 punti (-0,1). La fotografia mensile consegna dunque l'ultimo tassello di un mosaico in fase di stabilizzazione.

Da un lato si fanno ancora sentire gli effetti della pandemia che, a dispetto di alcune tesi in voga in Occidente, ha messo a dura prova l'economia cinese, cresciuta soltanto del 2,3% nel 2020 contro il 6% dell'anno precedente. Se Pechino ha subito applicato efficaci misure di controllo epidemiologico che le hanno consentito di creare una bolla di relativa normalità all'interno del Paese, rilanciando presto i consumi, il perdurare della crisi sanitaria ed economica nei Paesi occidentali ha frenato la crescita del commercio estero, come dimostra il confronto tra il 2019 (+3,4%) e il 2020 (+1,9%), consentendo addirittura al blocco dei Paesi ASEAN di sopravanzare l'UE, attestandosi al primo posto tra i partner commerciali della Cina con un volume di interscambio pari a 4.740 miliardi di yuan (731,9 miliardi di dollari), in crescita del 7% sul 2019.

Dall'altro lato, la Cina sta vivendo una fase di transizione, avviata lo scorso ottobre con l'introduzione del concetto di "doppia circolazione" che - aspetto collegato ma separato dalla risposta pandemica - sta rimodulando il rapporto tra "ciclo economico interno" e "ciclo economico esterno", conferendo al primo maggiore centralità rispetto al secondo. La decisione ha di fatto adeguato le politiche del governo alla più generale trasformazione del modello di sviluppo cinese che, sulla scia della riforma strutturale dell'offerta lanciata nel 2015, vede il Paese fuoriuscire progressivamente dalla vecchia dimensione di "fabbrica del mondo" per affermarsi - attraverso apertura economica, semplificazione normativa e agevolazione fiscale - quale grande mercato di consumi e investimenti, caratterizzato da una forte spinta all'innovazione e alla sostenibilità.

Un sondaggio condotto di recente dal Ministero del Commercio su oltre 3.200 imprese a capitale straniero operanti in Cina rivela che il 96,4% di loro è ottimista riguardo le proprie prospettive future. Il dato, stando al rapporto pubblicato ieri, risulta aumentato di 2,1 punti percentuali rispetto all'inizio dell'anno. Sottolineando la crescente attrattività del mercato cinese, Gao Feng, portavoce del Ministero, ha evidenziato come nel solo primo trimestre di quest'anno si siano stabilite nel Paese asiatico 10.263 nuove aziende straniere, in aumento rispetto allo stesso periodo del 2020 (+47,8%) e del 2019 (+6,7%).

Tra gennaio e marzo scorsi, il volume degli investimenti diretti esteri (IDE) nella Cina continentale - cioè escludendo le regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao - è così cresciuto rispetto allo stesso periodo del 2020 (+39,9%) e del 2019 (+24,8%). A beneficiarne, in questo caso, sono state soprattutto le aree della vasta Cina Occidentale, che include la popolosissima municipalità di Chongqing, sei province (Shaanxi, Yunnan, Sichuan, Guizhou, Gansu e Qinghai) e tre regioni autonome (Xinjiang, Tibet e Ningxia), dove gli IDE sono cresciuti del 91% su base annua, contro il 38,2% della Cina Orientale ed il 36,8% della Cina Centrale.

Gli incentivi fiscali introdotti dal governo lo scorso anno per 34 nuovi settori d'impresa, pensati proprio per le aree meno sviluppate dell'Ovest, hanno stimolato gli investimenti esteri. A livello nazionale, il merito di questo trend generale - secondo Gao - sta soprattutto nella solida capacità di ripresa dell'economia cinese, nel costante miglioramento del clima per le imprese e nella rafforzata fiducia degli investitori stranieri verso un quadro giuridico giudicato più affidabile e prevedibile.

L'Accordo Globale sugli Investimenti (CAI) tra Cina e UE, del quale si sono chiusi i negoziati alla fine dello scorso anno, si inserisce perciò in una fase di forte apertura del mercato cinese. A questo proposito, l'Ambasciatore cinese in Italia Li Junhua, in un'intervista recentemente rilasciata a Tribuna Economica, ha ricordato come Pechino «negli ultimi anni ha intrapreso una serie di misure per promuovere il commercio estero [...], la creazione di più aree di libero scambio e il porto di libero scambio di Hainan nonché l'organizzazione dell'Expo internazionale dell'import della Cina (CIIE)», aggiungendo che, all'inizio dello scorso anno, il Paese «ha iniziato ad attuare la nuova "Legge sugli investimenti esteri" che fornisce agli investitori stranieri in Cina migliori garanzie legali» [Tribuna Economica, 26/4/2021, p. 15].

Nel 1978, quando Deng Xiaoping visitò Singapore per la prima volta da leader politico del Paese, incontrando il primo ministro Lee Kuan Yew, rimase ammaliato dalla capacità di amministrazione e dal livello di modernizzazione raggiunto già a quel tempo dalla città-stato, costruita in gran parte dai discendenti degli immigrati cinesi giunti nell'ex colonia britannica durante la seconda metà del XIX secolo. Ritenuto esempio di una saggia sintesi tra intervento pubblico e libero mercato, sorretta da una confuciana ricerca dell'armonia sociale, culturale ed economica, il "modello Singapore" fece molti proseliti in Cina tra gli anni Ottanta e Novanta. Ad oggi, la città-stato è costantemente tra le prime posizioni in tutte le classifiche globali relative alla competitività, all'efficienza amministrativa e alla qualità di servizi e infrastrutture. Malgrado le siderali differenze geografiche ed antropiche tra una metropoli indipendente di appena 5,5 milioni di abitanti ed una nazione di dimensioni continentali abitata da 1,4 miliardi di persone, ad oltre quarant'anni da quell'incontro, osservando la drastica trasformazione delle città cinesi, tutto appare molto più chiaro.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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