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(ASI) Ventidue anni fa, mentre tra il giubilo delle folle veniva giù il Muro di Berlino, qualche esperto nell’arte della semplificazione degli eventi geo-politici vaticinò prospettive di pace e riconciliazione tra i popoli del mondo. Come se un muro di cemento di appena una quarantina di chilometri fosse l’unica barriera al dialogo. Come se il genere umano fosse suddiviso in soli due semplificativi blocchi ideologici. La storia successiva a quel 9 novembre 1989 ci ha insegnato che la realtà è molto più complessa, anche se a ben vedere non tutti sembrano essersene ancora resi conto. Del resto, le fila dei nostalgici di quegli anacronistici assetti ideologici che caratterizzarono il secolo passato sono ancora nutrite e mosse da passioni ferventi, pur se slegate dalla realtà. Tuttavia, oltre gli sterili esercizi di indagine del passato e di ricorrenza, l’attualità sembra imporci una considerazione: se di quella lingua di cemento che tagliava in due Berlino è rimasta soltanto polvere e qualche frammento di mattone, di tanti invisibili muri che si stagliano minacciosi tra i popoli del mondo si contano invece gli effetti concreti e rovinosi.

L’Africa, per esempio, è un territorio oggi costellato di queste barriere invisibili che, come fossero fendenti, riempiono di ferite mortali il “continente nero”. Va obiettivamente riconosciuto che da parte dei media occidentali vengono applicate delle categorie ai morti, di serie A e di serie B, e che quelle morti che derivano da cause belliche nei Paesi del Terzo Mondo appartengono a questa seconda, meno importante categoria. Indicativo in tal senso che negli ultimi giorni la Nigeria sia stata teatro di violenti scontri armati che hanno provocato circa 150 vittime. Il tutto, nell’indifferenza o quasi del mondo occidentale. L’individualismo sfrenato e bigotto su cui si fonda la società in cui noi viviamo conosce il fanatismo religioso soltanto quando lede i nostri interessi colpendo con attentati terroristici la quiete del “way of life” globale. Eppure, là dove queste espressioni di odio si sedimentano e si manifestano con una certa frequenza (ovvero, dove sono diffuse povertà e disgregazione sociale) i riflettori dei media non si accendono mai se non per emettere luce fioca. Forse, perché una causa dei mali che affliggono certi luoghi ha l’origine in casa nostra, precisamente nelle sedi di multinazionali che fanno affari d’oro nel Terzo Mondo, grazie all’appoggio di governi corrotti e gravando sulla pelle dei suoi indigenti abitanti.

E’ in un contesto di disagio di cui è complice dunque anche l’Occidente che Boko Haram (movimento islamico nato nel 2002, letteralmente “l’educazione occidentale è peccato”) prolifera e ha provocato le stragi degli scorsi giorni contro le comunità cristiane. Questi sanguinari attentati si inseriscono in un contesto di 160 milioni di abitanti, qual è quello nigeriano, sempre più ferocemente diviso da un nord a maggioranza musulmana ed un sud a maggioranza cristiana. Di recente in Nigeria un evento ha generato un crescente malessere nella popolazione settentrionale del Paese, ovvero la rielezione del presidente Goodkuck Jonathan, cristiano e originario del Delta del Niger. Il malessere si è presto trasformato in violenza efferata: attentati e scorribande hanno trovato il loro apice lo scorso 4 novembre, quando i militanti di Boko Haram hanno dapprima fatto esplodere sei bombe a Maidugiri, capitale della regione del Borno, poi sono scesi in strada ed hanno aperto il fuoco contro le forze dell’ordine. La notte successiva, a Damaturu, nel confinante Stato di Yobe, i militanti dello stesso movimento si sono accaniti con inaudita ferocia contro stazioni di polizia e chiese cristiane.

Purtroppo, la violenza in Nigeria è una costante che ogni anno provoca migliaia di morti e danni materiali per milioni di dollari. Il reclutamento di giovani da avviare al martirio è una formalità per i vertici di Boko Haram, avviene nei territori più degradati del Paese, dove monta la frustrazione e la violenza è vista come un’opportunità di riscatto sociale. L’ignoranza e le divisioni interne al Paese alimentano poi l’odio interreligioso, distogliendo la popolazione dalle reali cause della desolazione in cui versa la Nigeria. Nel tacito silenzio di un Occidente complice, i muri invisibili che costellano l’Africa continuano a mietere vittime e a provocare ondate di migranti pronti a farsi schiavizzare nell’avido Nord del mondo. Inoltre, questi dissestati territori diventano un laboratorio di odio e terrorismo religioso che - chissà - un domani potrebbe scatenare i suoi terribili effetti anche altrove.

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