(ASI) Non si ferma la violenza in tutta l’ ex Birmania. La repressione ha colpito ancora senza fare sconti a nessuno. Le pressioni della comunità internazionale, finalizzate all’ avvio di un processo di riconciliazione delle varie identità che vivono in quel territorio, paiono cadere nel vuoto. Le sanzioni, varate dall’ Unione europea e dagli Stati Uniti, non hanno prodotto, almeno fino ad ora, l’ esito sperato.

 L’ Occidente è dunque impotente. L’ Onu continua a limitarsi a lanciare accorati e inascoltati appelli, senza adottare provvedimenti incisivi e necessari, a causa del potere di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Essi hanno interessi sempre più contrapposti, alimentando fratture che potrebbero minare la stabilità globale. Gli agenti della sicurezza del Myanmar hanno ucciso ieri, nella sola Yangon, 59 manifestanti e ferito altri 129. La notizia è stata diramata, nelle ultime ore, dal sito di informazione locale Myanmar Now, citando fonti di tre ospedali dell'ex capitale. I medici hanno sottolineato però che il bilancio sarebbe ancora più alto. Potrebbe essere stato così, se tale drammatica prospettiva fosse confermata, il momento più sanguinoso dal primo febbraio, giorno di inizio delle proteste in tutta l’ area. C’è attesa di sapere, nel frattempo sul fronte giudiziario, l’ esito del processo contro Aung San Suu Kyi. L’ udienza era prevista per oggi, ma è saltata a causa di “problemi tecnici di connessione a internet”. Lo ha annunciato l'avvocato del premio Nobel per la Pace, contro la quale sono stati emessi quattro capi di imputazione. Sono stati riscontrate numerose difficoltà di accesso allo spazio web mediante la telefonia mobile. I collegamenti, via cavo, funzionano in modo estremamente precario per non dire a singhiozzo. C’è preoccupazione comunqe per le sorti della donna, legittimante eletta alle urne, ma deposta dagli alti ranghi di quello che era il suo esercito tramite pretesti a dir poco banali.


Marco Paganelli – Agenzia Stampa Italia

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