(ASI) Gli utili delle grandi aziende cinesi hanno totalizzato un volume complessivo di 729,32 miliardi di yuan, pari a circa 111,63 miliardi di dollari, nello scorso mese di novembre, in aumento del 15,5% su base annua. Il dato, comunicato nella giornata di oggi dal Dipartimento Nazionale di Statistica della Repubblica Popolare Cinese, si riferisce alle aziende con un fatturato annuo di almeno 20 milioni di yuan (3,06 milioni di dollari).

Sebbene non tutto sia interamente riconducibile alla pandemia, va comunque considerato che nel periodo gennaio-novembre 2020, dei 41 settori presi in esame dagli analisti, 25 hanno registrato profitti in crescita su base annua, uno è rimasto stabile mentre altri 15 hanno subito una contrazione.

Nei primi undici mesi dell'anno, come riporta Xinhua, gli utili delle aziende cinesi più importanti sono cresciuti del 2,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, raggiungendo quota 5.740 miliardi di yuan (877,43 miliardi di dollari), in aumento dell'1,7% rispetto al dato dei primi dieci mesi. Nel dettaglio, su base annua, i profitti delle controllate statali sono scesi del 4,9% per un dato complessivo pari a 1.450 miliardi di yuan (221,65 miliardi di dollari), mentre quelli delle aziende private sono aumentati dell'1,8% sino a raggiungere 1.730 miliardi di yuan (264,65 miliardi di dollari).

Il settore più in crisi nel periodo gennaio-novembre è stato senz'altro quello dell'industria mineraria con un -32,8% rispetto ai primi undici mesi del 2019, rafforzando tuttavia una tendenza pregressa che vede già da qualche anno molti dei comparti a maggior impatto ambientale ridimensionarsi, come conseguenza delle politiche di sviluppo sostenibile messe in campo dal governo. A crescere sono invece la manifattura (+6,1%) e la produzione/fornitura di energia elettrica, energia termica, gas e acqua (+4,8%).

In generale si conferma il consolidamento della ripresa economica del gigante asiatico dopo il tonfo del primo trimestre dell'anno, quando l'epidemia di SARS-CoV-2 aveva messo in ginocchio Wuhan e spaventato il resto del Paese. Un recupero sorprendente per l'opinione pubblica occidentale ma nient'affatto inaspettato per chi ha seguito con maggior attenzione l'evoluzione della crisi sanitaria in Cina. Infatti, ad esclusione della provincia dello Hubei e della stessa metropoli dove fu per la prima volta identificato ed isolato il nuovo patogeno, rimasta praticamente "sigillata" dal 23 gennaio al 7 aprile, in Cina non c'è mai stato un vero e proprio lockdown su scala nazionale ma una serie di restrizioni di volta in volta calibrate dalle autorità locali, sotto la supervisione del governo centrale, in base ai diversi livelli di rapidità ed estensione della diffusione del contagio nelle varie municipalità, province e regioni autonome.

Questo, assieme ad un mastodontico intervento di diagnosi e tracciamento, proseguito anche in estate e in autunno, ha consentito al Paese di dare continuità, con poche eccezioni, alle attività industriali ed agricole, dirottando quanto più possibile i servizi verso le modalità dello smart working, dell'e-commerce e dell'e-payment, già molto sviluppate da diversi anni in Cina.

L'efficacia delle misure anti-Covid adottate era stata dimostrata in particolare durante l'ultima Settimana d'Oro, cioè i sette giorni di festività nazionale a partire dal primo ottobre, quando la Cina celebra la ricorrenza della fondazione della Repubblica Popolare, quest'anno allungati ad otto data la concomitanza con la Festa di Metà Autunno. In quell'occasione, secondo i numeri diramati dal Ministero del Turismo, si sono mosse circa 637 milioni di persone, stavolta soltanto all'interno del Paese, per raggiungere mete vacanziere più o meno lontane dalle rispettive città di residenza, generando entrate per 466 miliardi di yuan (68,6 miliardi di dollari) in favore del turismo.

Se da un lato questo ha permesso al settore di rifiatare in un anno caratterizzato dal sostanziale blocco della mobilità internazionale, aumentando così il già elevato contributo dei consumi interni alla crescita, dall'altro ha testato le capacità delle autorità non solo di monitorare e studiare il contagio da Covid-19 in condizioni di relativa normalità, ma anche di prevenirne la trasmissione attraverso provvedimenti ad hoc per i trasporti pubblici, le scuole e le attività ricettive. Ciò che, purtroppo, non è riuscito in Europa, e soprattutto in Italia, con gravi conseguenze sanitarie ed economiche.

Se nella sua annuale World Economic League Table, pubblicata ieri, il Centre for Economics and Business Research (CEBR) di Londra ha stimato che la Cina supererà gli Stati Uniti già nel 2028, cioè con cinque anni d'anticipo rispetto alle previsioni pre-Covid, affermandosi quale prima economia mondiale, la differenza sta tutta nella diversa capacità di reazione alla pandemia. A fronte di una crescita dell'1,9% nel 2020 (contro il +6,1% del 2019) prevista dal FMI, secondo il CEBR la Cina farà segnare un netto rialzo (+5%) nel 2021, mentre i dati peggiori del 2020 saranno quelli dell'Italia (-11%) e di Brasile, Germania e Spagna (-8%). Per gli Stati Uniti (-5%), invece, una ripresa più modesta nel 2021 (+3%) e nel 2022 (+1,6%), con il definitivo ritorno ai livelli pre-Covid soltanto nel 2023.

Come sottolinea lo stesso centro di ricerca britannico, la pandemia ha chiaramente accelerato tendenze già presenti. Uno scenario ampiamente prevedibile, insomma, in cui rientra anche la nuova linea della "doppia circolazione", adottata dal Partito Comunista Cinese, che nei prossimi anni vedrà il Paese asiatico porre maggiormente l'accento sul mercato interno.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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