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(ASI) Ogni stravolgimento politico presenta vari aspetti, difficilmente riscontrabili mediante letture “a caldo”, fuorviate dall’impulsività che scaturisce quando un evento è estemporaneo. Ciò che è avvenuto in alcuni Paesi del Medio Oriente, durante le cosiddette “primavere arabe”, non sfugge a questa regola.

Oltre la patina buonista e superficiale con cui molti osservatori hanno rivestito le rivolte mediorientali - “La Primavera Araba è la fine del terrore” ha sentenziato il presidente americano Obama -, esiste una realtà più profonda e foriera, forse, di sviluppi tutt’altro che rassicuranti.

L’Egitto, in questo senso, è un utile esempio. La nebulosa levatasi nel marzo scorso per determinare la deposizione di Mubarak e del suo longevo regime, soltanto oggi - alla luce di dati che testimoniano la natura ostile di chi è subentrato al “vecchio satrapo” - inizia a presentare dei contorni più definiti. Il Paese delle piramidi sta dimostrando come il conflitto religioso si rinnovi come una costante in ogni epoca, nell’indifferenza di un’Europa disimpegnata ormai a preoccuparsi di tutelare le proprie radici spirituali.

Ciò che è fiorito - per così dire - dalla “primavera araba” in Egitto è l’emigrazione di oltre centomila cristiani, costretti a fuggire a causa dell’inasprirsi delle tensioni tra copti (cristiani) e salafiti (islamici) e all’aumento del peso politico di questi ultimi. Il quadro che emerge da un rapporto stilato dall’Euhro, Unione egiziana delle organizzazioni per i diritti umani, è dunque desolante. Naguib Gabriell, che dell’Euhro è direttore, spiega con chiarezza che “i copti non se ne vanno dal Paese volontariamente”, bensì “sono costretti a farlo a causa di minacce e intimidazioni da parte degli estremisti salafiti e della mancanza di protezione da parte di chi governa”. Secondo Naguib, il clima anti-cristiano è palesemente aumentato dall’inizio delle rivolte nel marzo scorso, poiché gli estremisti salafiti, con la caduta di un regime che garantiva con severità il rispetto della natura religiosa multiforme del Paese, “hanno preso coraggio”. Gli strali contro i cristiani pronunciati da Yasser Borhami, guida dei salafiti di Alessandria, non aiutano certo a rasserenare gli animi. Egli, durante una trasmissione televisiva, ha accusato recentemente i copti di essere “infedeli, che vivono nell’oscurità perché sono lontani dall’islam”.

Il serpeggiare di questo clima d’odio muove a discapito del Paese. Il rispetto della minoranza cristiana (il 16% della popolazione egiziana) rappresenterebbe, infatti, non solo un esempio di tolleranza e coesistenza, ma anche un’intelligente opera di tutela nei confronti dell’economia dell’Egitto. Eppure il fanatismo ottenebra la ragione. Le parole di Naguib sono in questo senso molto esplicite: “I copti rappresentano un forte pilastro nell'economia. I copti che stanno lasciando la loro terra natale non lo stanno facendo per necessità di lavoro, dal momento che costituiscono la classe imprenditoriale e professionale del Paese, ma per paura della linea dura adottata dai salafiti”. A testimonianza dell’odio interreligioso che sta caratterizzando l’Egitto negli ultimi mesi, il documento dell’Euhro cita l'uccisione di nove cristiani all'inizio di settembre nel distretto di Mokatam Hills sopra al Cairo, la bomba alla chiesa copta di Alessandria a Capodanno e il taglio delle orecchie a un anziano copto a Qena. Una situazione più volte denunciata dai copti, che a maggio hanno manifestato a piazza Martin al Cairo per ribellarsi alle violenze. Situazione che sarebbe il caso che l’Europa seguisse con qualche attenzione in più, onde il vicino Medio Oriente non divenga una tenaglia pronta a stringersi sulla nostra atavica, troppo spesso dimenticata e vilipesa identità cristiana.

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