(ASI) È atteso in serata l'aereo partito stamani da Shanghai alla volta dell'Aeroporto lombardo di Malpensa. A bordo, un team di medici ed esperti cinesi e circa 9 tonnellate di materiale sanitario tra respiratori, defibrillatori, monitor, mascherine, occhiali protettivi, tute e quant'altro. Tutto ciò va ad aggiungersi al primo team di medici inviato la scorsa settimana a Roma Fiumicino, assieme a circa 31 tonnellate di materiale medico di prima necessità. Anche in questo caso, si tratta di donazioni da parte di organizzazioni, fondazioni e associazioni del Paese asiatico. Più avanti, invece, dovrebbero arrivare in Italia i 1.000 respiratori commissionati dal nostro governo ad alcune aziende cinesi.

Se il primo gruppo di medici cinesi si è subito attivato per svolgere un ruolo di consulenza con l'Istituto Spallanzani di Roma, questo secondo gruppo dovrebbe invece concentrarsi sul Nord Italia ed in particolare sulla Lombardia, la regione fin'ora più duramente colpita dall'epidemia di coronavirus, dove tutto è cominciato lo scorso 20 febbraio con l'individuazione del primo caso autoctono nell'area del basso lodigiano, una zona di snodo industriale e logistico sospesa tra Milano e Piacenza, densamente popolata, molto trafficata e dinamica.

Proprio questa caratteristica del territorio potrebbe aver spinto l'acceleratore del contagio, che negli ultimi giorni ha concentrato la sua terribile forza epidemica più a Nord ma in aree simili, nel bergamasco e nel bresciano. C'è anche chi, come alcuni ricercatori dell'Università del Maryland, negli Stati Uniti, ritiene che il clima possa aver favorito la diffusione che, nel mondo, pare essersi concentrata con numeri molto elevati in un corridoio compreso tra 30 e 50 gradi di latitudine, dove le temperature medie invernali sono comprese tra i 5 e gli 11 gradi centigradi nonché l'umidità tra il 47 e il 79%. Aree fredde ma non troppo, in particolare umide.

A questo si aggiunge, poi, l'ipotesi che l'inquinamento da particolato atmosferico, abbastanza elevato nell'area di Wuhan (a differenza di altre metropoli cinesi dove maggiormente si è intervenuto in questo senso nel corso degli ultimi anni), così come nella Pianura Padana, possa favorire la diffusione di virus e batteri, oltre al fatto che la popolazione locale sarebbe più soggetta a sviluppare problemi respiratori rispetto a chi vive in aree caratterizzate da un clima più asciutto e da un'aria più pulita.

Al netto di ipotesi e studi, l'Italia è ormai da otto giorni quasi completamente blindata, da Nord a Sud. Da quando il premier Giuseppe Conte ha decretato l'estensione della zona d'allerta a tutto il territorio nazionale, le persone, fino a prima forse poco consapevoli dei rischi e dei pericoli di questa epidemia, ha cominciato immediatamente a percepire la gravità della situazione e della patologia che, a detta della virologa Ilaria Capua, così come di altri scienziati, non è tanto grave in sé quanto piuttosto nella combinazione con altre patologie o condizioni precarie (cd. comorbilità). Ad ogni modo, i dati della letalità sono fin'ora molto preoccupanti, in particolare per quanto riguarda la situazione di Lombardia ed Emilia-Romagna. Va tuttavia specificato che l'Italia, a differenza di Cina e Corea del Sud, non sta effettuando test a tappeto sulla popolazione, limitandosi a fare test soltanto ai sintomatici ospedalizzati.

L'indirizzo dell'OMS in questo senso non è del tutto chiaro, perché se Walter Ricciardi, membro del Consiglio dell'organizzazione e consigliere personale del Ministro della Salute Roberto Speranza, continua a ripetere che sarebbe inutile testare ampie fasce di popolazione, dall'OMS stessa arrivano invece esortazioni a compiere quanti più test possibili su tutti i contatti stretti di una persona risultata positiva. Non solo isolamento, dunque, ma anche tamponi che permettano di individuare quanti più positivi ci siano e monitorarli. Questo, com'è ormai palese, aumenterebbe il numero ufficiale di positivi (asintomatici/paucisintomatici) fornendo un quadro della situazione indubbiamente più vicino alla realtà con un tasso di letalità oggettivamente più basso di quanto risulti oggi, dati alla mano, nel nostro Paese.

Le regioni, a cominciare da Veneto e Toscana, chiedono a gran voce di testare più persone possibile per capire quanti potrebbero essere, su vasta scala, i positivi senza o con sintomi lievi, ed isolarli opportunamente. Anche i medici cinesi già operativi a Roma hanno consigliato questa strada per avere una migliore fotografia della situazione nei diversi territori municipali e provinciali del Paese.

L'esperienza cinese, così come quella sudcoreana, impongono la massima attenzione nel controllo sia medico che "logistico": distanziamento sociale per tutti ed isolamento domiciliare per i positivi sintomatici, ma anche monitoraggio rigoroso degli spostamenti delle persone in relazione al territorio di residenza. L'Italia sta ormai facendo da apripista in Europa in questo senso ma probabilmente c'è ancora qualche altra misura da implementare per evitare che nuovi focolai possano scoppiare nel nostro Paese, come purtroppo avvenuto negli ultimi due giorni nel piccolo comune bolognese di Medicina.

Il supporto che arriva dalla Cina risulta del tutto fondamentale in questa fase, perché il Paese asiatico è stato il primo ad aver scoperto, identificato ed affrontato il nuovo coronavirus, un agente patogeno che, presumibilmente partito da Wuhan (ma non ci sono ancora certezze scientifiche assolute a riguardo) si è, dapprima lentamente e poi sempre più velocemente, diffuso nel resto del Paese e poi del mondo. La competenza acquisita sul campo da medici, ricercatori, biologi e scienziati cinesi può fornire all'Italia un supporto importante per capire come meglio affrontare questa emergenza che sta mettendo in ginocchio il nostro Paese minacciando ora l'intero Vecchio Continente e gli stessi Stati Uniti.

Come ormai avviene quasi ogni dieci anni da mezzo secolo, in diverse parti del pianeta (soprattutto in America, Asia ed Africa) un virus completamente sconosciuto all'uomo compie un salto di specie e minaccia la nostra vita: Ebola, HIV, SARS, H1N1 (suina), MERS, Zika e ora Covid19. Gli spostamenti intercontinentali degli ultimi decenni, intensificati ed accelerati dal processo di globalizzazione, compiono il resto, facilitando una diffusione che, forse, avverrebbe lo stesso, sebbene in tempi più lenti. Fin'ora, l'Europa, e l'Italia in particolare, erano stati colpiti in modo generalmente più tenue mentre stavolta l'emergenza sta letteralmente stravolgendo le nostre abitudini, come nemmeno il terrorismo e gli attentati di mafia erano riusciti a fare.

Il fatto che scienziati di tutto il mondo stanno lavorando alacremente e senza sosta per la ricerca di trattamenti specifici e vaccini deve ovviamente confortarci, sebbene la situazione resti del tutto emergenziale tanto da costringerci all'annullamento della nostra vita sociale per diverse settimane. Il sostegno cinese, oggi necessario più che mai, potrebbe estendere l'idea della cooperazione - fin'ora limitata principalmente a commercio e investimenti - al tema della sanità pubblica, sempre fondamentale ma davvero percepita come tale soltanto in situazioni gravi come quella che viviamo in questa fase. Gli eredi dei due più grandi imperi dell'Antichità sono chiamati a vincere insieme una sfida senza precedenti recenti.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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