(ASI) Alla conferenza di Berlino sulla Libia che si terrà domenica l’Italia giocherà un ruolo di secondo piano rispetto a Russia, Usa o Turchia, ma è indubbio che debba cercare di fare il massimo per tutelare i nostri interessi nella nostra ex colonia, in primis quelli del gigante energetico Eni.

La diplomazia italiana da tempo sta lavorando per contribuire alla stabilizzazione della Libia, anche e soprattutto per permettere la normalizzazione e la ripresa delle istituzioni economico-finanziarie del paese nordafricano. Dopo la primavera araba del 2011, nonostante la deposizione e l’uccisione di Gheddafi, il paese vive una guerra civile che sembra non avere una soluzione, da una parte infatti c’è il governo riconosciuto dalla comunità internazionale di al Sarraj e dall’altra le truppe del generale Haftar; una situazione che mette a rischio i nostri interessi economici nella “quarta sponda” e la sicurezza di chi vi opera.

Il governo italiano è ben conscio della situazione, tanto che il premier Conte ha osservato: “L’Italia deve fare bene i suoi calcoli, visto che gli interessi nazionali sono principalmente in Tripolitania, a partire dall’impianto Eni di Mellitah, e dalle commesse energetiche, che vengono cogestite con la Noc, autorità petrolifera nazionale che, come la Banca centrale, risponde a al Sarraj”.

Il “Cane a sei zampe” è presente in Libia da oltre 60 anni, per l’esattezza dal 1959, e svolge attività di ricerca e sfruttamento dei giacimenti sia nell’offshore mediterraneo di fronte a Tripoli sia nel deserto libico per una superficie complessiva di 26.636 chilometri quadrati. Attualmente Eni svolge le sue attività grazie a diversi contratti che scadranno tra il 2038 ed il 2043, necessario quindi garantire la possibilità di operare senza problemi.

Nel dicembre 2018 il gruppo ha firmato un Memorandum of Understanding con la compagnia elettrica nazionale GECOL e la compagnia petrolifera di stato NOC che include l’avvio di un progetto di riabilitazione di alcune centrali elettriche a supporto dell’accesso all’energia per le comunità.

Tutelare l’Eni significa però tutelare il nostro approvvigionamento energetico attraverso il gasdotto Green Stream per l’importazione del gas libico prodotto dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam. Il gasdotto, composto da una linea di 520 chilometri, realizza l’attraversamento sottomarino del Mar Mediterraneo collegando l’impianto di trattamento di Mellitah sulla costa libica con Gela in Sicilia, punto di ingresso nella rete nazionale di gasdotti. La capacità del gasdotto ammonta a circa 8 miliardi di metri cubi/anno. La produzione di gas naturale in Libia nel 2018 è stata pari a 33,4 milioni di metri cubi al giorno, mentre l’approvvigionamento di gas naturale è stato pari a 4,55 miliardi di metri cubi.

Permettere all’Eni di operare in sicurezza significa anche salvaguardare i consumatori italiani visto che il nostro paese, energeticamente parlando, dipende dall’estero e problemi in Libia potrebbero causare non solo una difficoltà nel reperire gas e petrolio ma soprattutto doverlo fare a prezzi più alti con conseguenze sui consumi.

Il nostro è il paese europeo che maggiormente dipende dall’energia importata, il 78% proviene dall’estero e tradizionalmente la Libia è sempre stata il nostro primo fornitore; prima del 2011 copriva un quarto dei nostri consumi di energia tra gas, petrolio e prodotti petroliferi. Ora la quantità si è ridimensionata perché importiamo non più del 7% dell’energia che consumiamo sotto forma di petrolio greggio (6 milioni di tonnellate) e gas naturale.

Non solo interessi energetici però. L’instabilità della regione e della Libia ha come diretta conseguenza la mancanza di un freno all’immigrazione clandestina. Ai tempi di Gheddafi il raìs era solito utilizzare la questione migratoria per “ricattare” l’Europa permettendo o meno la partenza di navi dalle coste libiche; venuto meno il suo controllo con sempre più disperati che sfidano la sorte per attraversare il Mar Mediterraneo ed approdare in Italia.

Fabrizio Di Ernesto - Agenzia Stampa Italia

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