(ASI) Damasco – Dopo otto anni di conflitto, i siriani sono pronti a ricominciare. Serviranno circa 300 miliardi di dollari, secondo le stime delle Nazioni Unite, ma al momento il Paese, anche se diviso, sembra avere trovato un momento di stabilità.

Nelle aree “liberate”, così le chiamano le forze filogovernative, i simpatizzanti di Bashar Al Assad stanno ricostruendo infrastrutture e monumenti, fra cui molte statue della famiglia del presidente. In circa il 60 per cento del Paese, controllato stabilmente dall’esercito nazionale,13 milioni di siriani sui 16 rimasti in Siria hanno voglia di ricominciare, ma la sfida più grande sarà proprio quella della pace, non la guerra, in zone come quelle di Daraa e Homs, per lungo tempo controllate dai jihadisti.

Assad è di fronte a un bivio, cercare di liberare il Paese oppure consolidare i territori riconquistati già sottratti ai ribelli e alle potenze straniere. Le principali aree che ancora sfuggono al controllo del governo sono tre: la provincia settentrionale di Aleppo, Afrin e Idlib, prossima al confine turco, dove l’esercito di Ankara governa 3 milioni di siriani e 70mila ribelli. Il nordest, oltre il corso del fiume Eufrate, dove vivono le milizie curde e 2mila soldati statunitensi, gli stessi che il presidente Usa Donald Trump aveva detto a dicembre di voler ritirare. La zona rossa di Al Tanf, 33 chilometri quadrati nel deserto meridionale, al confine con Giordania e Iraq, sotto il controllo di una base militare americana. Probabile che un ritiro dell’esercito Usa faccia tornare quest’area sotto Assad.

Al momento sembra che il presidente siriano attenda che le scomode presenze lascino il Paese.
Le forze occidentali hanno però offerto un piano di finanziamenti per la Siria, a patto che Assad accetti di promuovere la stesura di una nuova costituzione, indica le elezioni e promuova un vasto programma di riforme, atteso dal 2011, data di inizio del conflitto.
Lo ha ribadito anche Staffan De Mistura, prima di lasciare il ruolo di inviato speciale per le Nazioni Unite al collega norvegese Geir Pedersen. In fondo queste sono le stesse condizioni richieste dalle opposizioni.

Nel frattempo, la Siria sarà da una parte riammessa alla Lega Araba e potrà godere della riapertura dei confini anche di Stati che hanno apertamente sostenuto i nemici di Assad, come Giordania ed Emirati Arabi, ma dall’altra nel Paese permane ancora l’emergenza di 6 milioni di sfollati interni. La rete elettrica, le strade e il sistema sanitario sono completamente da rifondare. C’è un impegno delle forze straniere nell’incoraggiare la costruzione, ma Stati Uniti, Russia, Iran, Francia e Turchia non sanno ancora come comportarsi, per trarre massimi vantaggi rispetto agli Stati concorrenti ed evitare allo stesso tempo nuove tensioni. In Europa solo la Germania si è attivamente mossa per promuovere ulteriori corridoi umanitari e riaprire le ambasciate occidentali nel Paese.

L’unico Stato dell’area mediorientale che sembra avere le idee chiare è l’Iran. Avendo giocato un ruolo importante nella vittoria del governo sui ribelli, Assad deve molto a Teheran e gli ayatollah si sono mossi sul fronte delle telecomunicazioni. È stato appena siglato un accordo fra il primo ministro siriano Emad Khamis e il vicepresidente iraniano Eshaq Jahangiri. I pasdaran, i guardiani della rivoluzione del 1979, chiedono la licenza per il controllo delle comunicazioni telefoniche e mobili in Siria. La Telecommunication Company of Iran di Khamenei avrà così il monopolio nel Paese, sollevando alcune preoccupazioni anche in Russia.
Al Cremlino sono convinti che non tutto andrà liscio se gli sciiti avranno in mano le telecomunicazioni in aree siriane dichiaratamente sunnite, per non parlare delle potenziali difficoltà in ambito di libertà di navigare in internet e rischi censura, tema nel quale persino il presidente progressista Hassan Rouhani si è posto finora in maniera ambigua. Per gli attivisti il leader iraniano sventola solo una retorica libertà di facciata.

In molte aree del Paese comunque c’è un clima nuovo, ispirato dalla voglia di stabilità e dall’opportunità di un boom edilizio, agevolato dalla ricostruzione di gran parte delle città distrutte. Restano però alcuni ostacoli. La corruzione del governo Assad è ancora un limite per i finanziamenti stranieri, che difficilmente rimuoveranno le sanzioni economiche nel breve termine, se il presidente non farà alcuni passi in avanti nel campo delle riforme. Dall’altra parte, in zone come Afrin, è in corso la pulizia etnica dell’esercito di Ankara ai danni dei curdi, dove nelle scuole si insegna il turco e i cartelli sono ormai bilingue. Anche per la posta i francobolli sono quelli di Erdogan. Questo processo spinge i curdi a reagire con sequestri, attentati e guerriglie in città come Kobane e Al Hasaka, proprio come Hezbollah in Libano reagisce all’influenza israeliana, minando la stabilità nel nord della Siria.

Una ricostruzione lenta, alla quale la maggioranza dei siriani rivolge un doppio pensiero: «Nonostante la guerra, non ci sono limiti alla possibilità di fare ora affari con tutti. I soldi non hanno religione. Tuttavia preferiamo ancora vivere lontano dal Paese, andare via se possibile, perché quanto di buono si potrà fare in Siria ha bisogno di cinque o dieci anni dalla fine del conflitto e gli equilibri nel Paese sono ancora profondamente fragili».  

Lorenzo Nicolao – Agenzia Stampa Italia

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