(ASI) È partito lunedì scorso alla volta di Washington il vice primo ministro cinese Liu He, designato dal governo di Pechino alla guida della delegazione che sta affrontando in queste ore nuovi colloqui di alto livello sul commercio. Tuttavia, il clima è già viziato dall'ufficializzazione della richiesta di estradizione dal Canada da parte degli Stati Uniti nei confronti di Meng Wanzhou, CFO di Huawei nonché figlia del presidente e fondatore del colosso cinese del settore Tlc. Martedì, infatti, in una conferenza a Washington il capo dell’FBI, Christopher Wray, ha formalizzato le accuse di frode bancaria e telematica e di cospirazione in alcuni affari commerciali svolti con l’Iran.

Chiaramente il caso Meng è anzitutto politico. Il primato globale statunitense nel settore ICT è ormai messo a repentaglio dall'emersione di altri attori internazionali, in primis la Cina, ma non solo, ed il leone, quando è ferito, diventa proverbialmente più aggressivo. La vicenda mette anche in luce un sempre più evidente dualismo interno agli ambienti della Casa Bianca, fra chi, coerentemente con la linea espressa da Trump sin dall'inizio della sua campagna elettorale, vuole semplicemente ridurre il deficit commerciale con la Cina rilanciando la manifattura americana, e chi, invece, cerca di strumentalizzare la battaglia sul commercio per colpire il colosso asiatico in un settore ben preciso, e più strategico, impedendone il legittimo diritto allo sviluppo. «Non possiamo ritrovarci secondi in ambito tecnologico rispetto alla Cina», aveva detto il rappresentante al Commercio Robert Lighthizer ai microfoni di Fox Business lo scorso 15 giugno.

Persiste, insomma, una vera e propria ambiguità di fondo nella linea di Washington verso la Cina, come, del resto, anche su altri dossier internazionali. Ad ogni segnale di apertura fra le parti segue quasi meccanicamente un episodio o una dichiarazione che inevitabilmente rompe le uova nel paniere. Lo stesso arresto di Meng è giunto pochi giorni dopo l'incontro, veloce ma potenzialmente chiarificatore, fra Xi Jinping e Donald Trump al G20 di Buenos Aires.

Un segnale molto preoccupante in questo senso è arrivato più di recente dall'ultimo vertice del Forum Economico Mondiale, quando ha preso la parola il magnate George Soros, noto alle cronache per il suo attivismo ed il supporto che garantisce da oltre quarant'anni a gruppi, fondazioni e movimenti politici in giro per il mondo. L'intervento dal palco di Davos dell'ottantottenne broker americano è stato un j'accuse pesantissimo nei confronti della Cina e del presidente Xi Jinping, indicato come l'esecutore di un fantomatico piano che mirerebbe, attraverso lo sviluppo tecnologico, a controllare tutta la popolazione.

«La mia opinione attuale è che anziché ingaggiare una guerra commerciale praticamente con tutto il mondo, gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sulla Cina», richiamando per altro esplicitamente i nomi di Huawei e ZTE, altro colosso hi-tech cinese. «Se queste aziende - ha proseguito Soros - dovessero dominare il mercato del 5G, rappresenterebbero un inaccettabile rischio per la sicurezza di tutto il resto del mondo». Il consiglio a Trump del magnate, suo fervente oppositore politico in patria, è dunque quello di colpire duramente la Cina, anziché procedere a nuove aperture.

Secondo Arthur Kroeber, socio fondatore di Gavekal Research, citato dal The Atlantic, «sarà molto difficile ottenere le modifiche che gli Stati Uniti ritengono necessarie perché questo costringerebbe la Cina a cambiare radicalmente il proprio sistema Paese». L'articolo in questione accusa inoltre Pechino di «non credere alle forze del mercato» e di «volere che lo Stato giochi un ruolo più diretto nel raggiungimento degli obiettivi economici».

Come segnalato da Liu Jianxi su CGTN, tutto lascia supporre che quella che è nata come una semplice, seppur problematica, diatriba commerciale si stia trasformando in un vero e proprio scontro sistemico o ideologico. La percezione generale è che negli Stati Uniti si sia formata, non certo in maniera inconsueta, una lobby, trasversale a partiti politici e posizioni ideologiche, che intende esercitare pressione sull'inquilino della Casa Bianca per farlo desistere da qualsiasi tregua di medio-lungo periodo con Pechino.

In realtà, l'economia americana - e di conseguenza quella mondiale - avrebbe tutto da guadagnare da un accordo fra le parti. Dati del Census Bureau statunitense alla mano, nel 2017 il deficit commerciale di beni con la Cina era aumentato rispetto all'anno precedente, salendo da circa 347 a poco più di 375 miliardi di dollari. Nei primi dieci mesi del 2018, questo dato ha già raggiunto quota 344,47 miliardi di dollari e i numeri definitivi sull'intero anno appena trascorso potrebbero consegnare una cifra addirittura superiore ai 400 miliardi, considerando il trend di forte aumento registrato fra aprile ed ottobre. Alla diminuzione delle importazioni di beni dalla Cina, infatti, è corrisposto un calo delle esportazioni verso il Paese asiatico, principalmente a causa delle contromosse decise da Pechino sulle merci in arrivo dagli States.

Se i dazi non portano vantaggi per quanto riguarda i beni, il clima infuocato fra le prime due economie mondiali non risparmierebbe nemmeno i servizi, voce in cui, sebbene più timidamente, gli Stati Uniti possono ancora vantare una bilancia in attivo, che nel 2016 segnava - stando ai dati sul commercio dell'ONU - un saldo positivo pari a 36,8 miliardi di dollari. Nel decennio, infatti, l'export di servizi americani verso la Cina segnava un forte aumento, passando da 13 a 52,4 miliardi di dollari fra il 2007 e il 2016.  

Il settore dei servizi in Cina ha ormai da quattro anni superato la soglia del 50% in termini di valore aggiunto sul PIL, proiettando il Paese asiatico in una fase storica di terziarizzazione avanzata e digitalizzazione che si sta riflettendo sull'intera struttura socio-economica, dettando tutte quelle trasformazioni del sistema Paese e del modello di sviluppo che oggi osserviamo con maggior evidenza, anche per effetto delle linee-guida sancite da 13° Piano Quinquennale (2016-2020).

La Cina è oggi caratterizzata dall'emersione di un enorme mercato di consumatori di beni e servizi di fascia medio-alta che va progressivamente sostituendo la vecchia "mega-struttura" manifatturiera ad alta intensità di manodopera finalizzata principalmente all'export di beni a medio-basso contenuto tecnologico. Con il livello di apertura raggiunto per effetto delle ultime riforme approvate in materia di semplificazione, detassazione e proprietà intellettuale, le opportunità presenti in Cina per gli Stati Uniti, così come per tutte le altre economie avanzate, sono molteplici, come mostrato anche dal successo ottenuto dal primo China International Import Expo di Shanghai lo scorso autunno. Innescare una nuova guerra fredda, insomma, non serve a nessuno. Sarebbe fuori dal tempo e, come ha spesso ripetuto il presidente cinese Xi Jinping, non avrebbe vincitori.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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