(ASI) Sono parole che non lasciano presagire nulla di buono. L’esercito, ai suoi ordini, ha fatto sapere di essere pronto a fronteggiare “qualsiasi situazione che potrebbe sorgere”.

Tali affermazioni offrono sicuramente forza al presidente venezuelano, Nicolas Maduro, che ha cercato di unire, nelle ultime ore, la diplomazia alla fermezza. Ha aperto oggi al dialogo col suo oppositore, ma continuerà a ricoprire l’incarico di sempre. Ha detto dunque di essere pronto a incontrare Juan Guaidò, che si è autoproclamato numero uno del paese, criticando la Spagna che aveva invocato la necessità di immediate elezioni libere (posizione che sarà probabilmente, a parere di alcuni, espressa formalmente anche dall’Unione Europea). L’oppositore trentacinquenne ha respinto però la proposta dello sfidante di abbandonare i suoi intenti illegittimi, in un discorso tenuto nel tardo pomeriggio, incitando l’opinione pubblica a continuare le proteste. Il giovane avversario, appoggiato da Washington e da altre capitali, non gode del sostegno della maggioranza dei membri del continente di cui fa parte il suo territorio. E’ ben visto, forse tuttavia, da un Occidente che continua ad esportare la democrazia per il proprio tornaconto, laddove ci sono risorse energetiche, dimenticando di rispettare gli interessi di attori strategici altrettanto rilevanti. Tutto ciò è reso ancora più complesso dalle sempre maggiori divergenze, in seno alla comunità venezuelana e a quella internazionale, dal momento che alcuni componenti desiderano appoggiare un leader, piuttosto che l’altro. Lo stallo attuale è all’origine di pesanti scontri in diverse città che hanno causato, già in 48 ore, 26 morti, 200 feriti e numerosi arresti. Le conseguenze delle azioni compiute sono andate rapidamente però, al pari della crisi siriana che ha originato oltre mezzo milione di vittime dal suo inizio nel 2011, ben oltre. Pechino e Mosca, con i loro alleati, non hanno nascosto infatti la preferenza nei confronti di Maduro (così come verso Assad a Damasco) e secondo alcune fonti la Russia avrebbe inviato, sul posto pochi giorni fa, circa 400 contractors per difenderlo (due bombardieri nucleari russi avevano preso parte, a dicembre 2018, ad attività con l’esercito locale). Il Cremlino non ha voluto commentare la notizia degli uomini giunti sul posto e il suo ministero della Difesa ha dichiarato di non avere informazioni al riguardo, in quanto tali militari appartengono alla compagnia privata Wagner che è indipendente, almeno formalmente, dagli apparati pubblici. Vladimir Putin ha riunito, in giornata, i vertici della sicurezza per essere aggiornato sulla situazione e il suo responsabile della diplomazia, Sergej Lavrov, ha accusato nuovamente Donald Trump di aver attuato un colpo di stato a Caracas, ammonendolo a non compiere l’intervento militare minacciato dalla Casa Bianca. Un’iniziativa così avventata potrebbe porre, a suo avviso, rischi per la pace regionale e mondiale. Il ministro degli Esteri di Washington parteciperà, domani al palazzo di vetro di New York alle 15 ora italiana, a una riunione del Consiglio dell’Onu. Mike Pompeo ha auspicato, in una nota, che l’organo decisionale delle Nazioni Unite appoggi una transizione politica nel paese sudamericano in favore di Guaidò. La posizione troverà certamente il veto dei rappresentanti, della Cina e dello zar, che hanno contestato la scelta del tycoon di riconoscere l’esponente dell’opposizione come capo di Stato. L’ennesima paralisi, causata dal potere di bloccare le risoluzioni dei cinque vincitori del secondo conflitto mondiale, rappresenterà (eccetto accordi dell’ultimo secondo tanto attesi) l’ennesimo fallimento, umanitario e geopolitico, di un ente che ha tradito i suoi ideali più profondi e perso il controllo di un sistema globale in rapida mutazione. Le relazioni attuali tra potenze, tradizionali ed emergenti, sul palcoscenico mondiale sta ponendo in luce quelle medesime logiche del passato che hanno generato due coalizioni contrapposte. La crisi venezuelana rappresenta certamente la conferma e “il sigillo” di queste dinamiche mediante i gruppi che appoggiano Maduro e Guaidò. Troviamo nella prima lista, ad esempio, la Russia, la Cina, l’Iran, la Siria e altri paesi, mentre nella seconda scorgiamo quello d’oltreoceano e quanti ruotano attorno all’orbita americana che, ovviamente, è contrapposta all’altra. E’ la Guerra Fredda 2.0.

Marco Paganelli – Agenzia Stampa Italia

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