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(ASI) Predicare pace seminando guerra. La messa in pratica di questo adagio è purtroppo un’abitudine cui la storia recente ci ha abituati a tal punto che ormai non ci desta alcuno stupore.

Di più, attraverso il fine eloquio persuasivo di capi di Stato e media, ci siamo anche convinti della legittimità di un paradosso, ovvero che sia propedeutico esportare la guerra affinché la pace entro i nostri confini non venga minacciata.

E’ secondo questo schema mentale - che si è definitivamente consolidato nell’immaginario dell’opinione pubblica dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 - che le varie missioni Nato hanno potuto godere di ampio e trasversalmente diffuso consenso. Malgrado il sacrificio di vite umane (civili e militari), malgrado i costi delle missioni militari per le casse pubbliche, malgrado la loro evidente inefficacia, malgrado l’inconsistenza dei motivi ufficiali per cui vengono iniziate. Malgrado questi motivi concreti, nell’opinione pubblica occidentale la frenesia bellica ha sempre prevalso sul buon senso, dando l’impressione che il sensazionalismo mediatico intorno al tema del terrorismo abbia influito creando una compulsiva suggestione di massa.

Tuttavia oggi - a quasi dieci anni da quello spartiacque geopolitico che si consumò a Manhattan e nel bel mezzo di una crisi finanziaria globale che induce i cittadini a interrogarsi seriamente circa l’adeguatezza politica e l’attendibilità dei propri amministratori - qualche neanche troppo timido segnale d’insofferenza verso questo cruento e dispendioso modo di gestire le questioni internazionali inizia a emergere un po’ ovunque in Occidente. Oltreoceano l’amministrazione Obama ha dovuto fare i conti con un crescente dissenso nei riguardi di un politica estera guerrafondaia ritenuta deleteria per il paese; dissenso che ha trovato eco in molti esponenti politici (sia democratici che repubblicani) e che ha indotto il presidente Obama ad anticipare il ritiro delle truppe americane dal suolo afghano, annunciando nel contempo che ora “è tempo di concentrarsi su di una politica domestica”.

Gesto e parole rassicuranti che testimonierebbero intenzioni di politica estera finalmente pacifiche, se non fosse che in tanti altri territori dello scacchiere internazionale la politica statunitense non sembra affatto dotarsi degli stessi propositi. E’ recente, infatti, la notizia apparsa sulle pagine del New York Times secondo cui l’amministrazione americana ha deciso di rafforzare i suoi interventi militari in Somalia, ricorrendo anche a raid aerei con droni. Nel paese del Corno d’Africa c’è qualcosa che, stando a quanto spiega il ricercatore Andre le Sage, preoccupa molto gli Usa, ovvero che “al Qaida possa trasferire agli Shabab (gruppo terroristico somalo) la sua conoscenza sulla fabbricazione degli ordigni esplosivi improvvisati (Ied) e piani di attacco, mentre gli Shabab potrebbero mettere a disposizione reclute con passaporto occidentale”. Sulle stesse pagine del Washington Post un ufficiale americano che ha partecipato all’operazione ha confermato che il 24 giugno un drone ha lanciato missili su una base terrorista in Somalia. E’ sempre il quotidiano statunitense ad annotare come recentemente gli Usa abbiano intensificato le loro operazioni militari mediante l’uso di droni nello Yemen, separato dalla vicina Somalia da una striscia di oceano Indiano chiamato Golfo di Aden. Dopo Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia e Yemen, la Somalia è il sesto paese – conclude il Washington Post – dove il presidente Barack Obama sta autorizzando bombardamenti con i droni. Questi rinomati bombardieri teleguidati hanno costi elevati che però non corrispondono ad un’efficacia sempre riscontrabile: il Pakistan, paese che più d’altri ha ricevuto incursioni aeree di questo tipo, lamenta l’uccisione di decine e decine di innocenti da queste bombe (e malumori simili sono stati espressi anche dal presidente afghano Karzai).

Se ne ricava che, nonostante il fumo gettato negli occhi dell’opinione pubblica dalla notizia roboante dell’inizio del ritiro dall’Afghanistan dei militari Usa, l’amministrazione Obama non intenda modificare la politica estera che storicamente caratterizza gli americani. Anziché ridurre, di fatto si sta ampliando il fronte delle missioni militari, in barba a un premio Nobel per la pace discutibilmente consegnato ad Obama nel 2009 ed a discapito delle tasche di cittadini che, seppur delusi, finiscono per lasciarsi persuadere da chi alimenta lo spettro del terrorismo.

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