(ASI) E' nel pieno del suo svolgimento a Bangkok, in Thailandia, il vertice annuale della Commissione Economica e Sociale dell'ONU per l'Asia e il Pacifico (ESCAP). Giunto ormai alla sua 72a edizione e, dunque, ampiamente consolidato, l'ESCAP raccoglie ad oggi 53 Stati membri e 9 territori associati, coinvolgendo 4,1 miliardi di persone. L'obiettivo è quello di individuare e proporre canali di assistenza tecnica e logistica per questa macro-regione mondiale in ambiti quali la sostenibilità, il commercio, gli investimenti, i trasporti, la tecnologia e la comunicazione, con la fondamentale missione della riduzione della povertà che, allo stato attuale, colpisce ancora circa 680 milioni di persone nei 62 tra gli Stati e i territori presi in esame.

L'ESCAP promuove l'iniziativa cinese

I lavori si concluderanno il prossimo 19 maggio, eppure sembra già chiaro che quest'anno il vertice focalizzerà gran parte della sua attenzione su un tema particolare: l'iniziativa cinese Belt and Road, ovvero la Nuova Via della Seta, il progetto ideato e lanciato ufficialmente da Pechino ormai tre anni fa per la ricostruzione in chiave moderna dell'antico reticolato formato dalle direttrici commerciali che collegavano l'Europa all'Asia, ribattezzato dal geografo ed esploratore tedesco Ferdinand von Richthofen nella seconda metà del XIX secolo.

La Cintura Economica della Via della Seta e la Via della Seta Marittima del XXI secolo diventano così i nomi-chiave per capire le dinamiche globali del prossimo futuro e gli spostamenti dei principali assi dell'economia e del commercio mondiali. Non è un caso che la tavola rotonda interministeriale di mercoledì prossimo, dedicata ai significativi aspetti della scienza, della tecnologia e dell'innovazione, sarà seguita da uno specifico seminario sull'iniziativa cinese. «L'ESCAP guarda all'Iniziativa Belt and Road come ad uno slancio storico per i Paesi della regione Asia-Pacifico nella promozione dello sviluppo infrastrutturale e della connettività di sistema», ha sottolineato Shamshad Akhtar, segretario esecutivo della Commissione, nel corso di un'intervista esclusiva con Xinhua, aggiungendo di ritenere questo progetto «una grande occasione per poter collaborare insieme».

La cooperazione seguirà un piano preciso tra le parti e dovrà fornire risultati concreti al fine di promuovere la connettività e l'integrazione regionale. Su questi grandi obiettivi, altri organismi intergovernativi come l'Asia-Europe Meeting (ASEM), l'ASEAN+3 e l'ASEAN+6 stanno già lavorando da molto tempo con successi alterni ma di grande impatto. Il formidabile peso strategico del Sud-est asiatico e l'implementazione di un'area di libero scambio con la Cina spostano nettamente il fulcro delle attività dell'ESCAP in Asia Orientale, baricentro, non solo geografico, della vastissima macroregione, compresa tra il Caucaso e le Hawaii, che il vertice ONU ha il compito di monitorare.

Come ribadito da Shamshad Akhtar, l'integrazione multilivello di strade ad alta percorrenza, ferrovie ad alta velocità, corridoi energetici e porti navali tra l'Asia Nord-Orientale, il Sud-est asiatico, il Subcontinente indiano e l'Asia Centrale rappresenta una delle più grandi sfide del XXI secolo, tanto da imporre un nuovo parametro valutativo: la connettività. La Cina, nazione-continente al centro di questo quadrilatero, appare destinata a svolgere un imprescindibile ruolo di pivot.

Il regionalismo secondo Pechino

A confermare il forte sviluppo del regionalismo in Estremo Oriente, ci vengono incontro i dati del volume commerciale totale registrato nel 2014 dal Sud-est asiatico: di questo, il 24% degli scambi avviene tra gli stessi membri dell'ASEAN, il 14% con la Cina, il 10% con l'Unione Europea, il 9% con il Giappone e soltanto l'8% con gli Stati Uniti, che sembrano aver perso quota anche all'interno dell'ESCAP, dove pure sono membri sin dalla fondazione nel 1947. Il dato più significativo, tuttavia, è che grazie anche all'attivismo di Pechino nella regione nel corso dell'ultimo decennio, il volume commerciale è cresciuto in termini assoluti di quasi 1 miliardo di dollari nel solo periodo 2007-2014 - numeri che rafforzano le credenziali del Partenariato Economico Globale Regionale (RCEP) con cui Pechino vorrebbe trasformare l'ASEAN+6 in una nuova enorme area di libero scambio, andando a coinvolgere dunque anche Giappone, Corea del Sud, India, Australia e Nuova Zelanda.

Con la recente vittoria di Rodrigo Duterte nelle elezioni presidenziali filippine, ora anche l'ultimo serio ostacolo regionale per la Cina potrebbe essere rimosso. Almeno stando al programma politico del suo partito, il socialdemocratico PDP Laban, è molto probabile che Duterte modifichi radicalmente l'approccio alla disputa con Pechino sui territori marittimi contesi, portata alle estreme conseguenze dal suo predecessore, il liberale Benigno Aquino III, che nel 2013 aveva dato ordine ai suoi funzionari di intentare un arbitrato internazionale, tutt'ora in essere, per rivalersi sulla Cina.

La Nuova Via della Seta potrà dunque porsi come il primo forte piano di concretizzazione di quanto fin'ora l'ASEM era stato in grado soltanto di proporre timidamente nel corso degli ultimi vent'anni. Dopo il suo lancio nel 1996, infatti, l'organismo che a quel tempo si era dato l'obiettivo di facilitare il processo di interconnessione tra l'Unione Europea e l'ASEAN, le due comunità economiche più longeve al mondo, aveva dovuto fare i conti prima con la crisi finanziaria asiatica e le sue drammatiche conseguenze, poi con la competizione tra i tre grandi partner asiatici - Cina, Giappone e Corea del Sud - ognuno promotore di un proprio modello di regionalismo.

La tela diplomatica intessuta dal presidente Xi Jinping, dal primo ministro Li Keqiang e dal ministro Wang Yi nella Penisola Coreana ha incontrato la disponibilità della presidentessa Park Geun-hye, consentendo a Pechino di assumere quel decisivo ruolo super partes nella disputa tra Seoul e Pyongyang che Tokyo, specie dopo la ratifica delle nuove linee-guida di cooperazione militare con Washington nell'aprile del 2015, ha perduto. Così anche la Corea del Sud è entrata nel board dell'Asian Infrastracture Investment Bank (AIIB), la nuova banca internazionale a guida cinese, rinviando a data da definirsi la sua adesione al TPP, il Partenariato Trans-Pacifico voluto da Washington. Lo scorso 14 luglio, Pechino ha ospitato proprio un seminario di alto livello diplomatico, nel quadro del Comitato Congiunto Sino-Coreano per gli Scambi Umanistici, intitolato proprio Eurasia Initiative and One Belt One Road. Ju Chul-ki, segretario presidenziale per gli affari esteri e la sicurezza nazionale, ha sottolineato come «se l'iniziativa del governo cinese One Belt One Road e l'Eurasia Initiative promossa dal governo della Repubblica di Corea sono connesse e coincidenti, saranno anche collegate alla cooperazione nell'Asia Nord-Orientale e nella regione del Pacifico, rendendo possibile la collaborazione in un'ampia gamma di settori».

Le dinamiche degli ultimi anni e la forza finanziaria che può ancora mettere in campo, quale consolidata seconda economia mondiale e prima potenza commerciale globale, hanno permesso alla Cina di assumere con decisione l'iniziativa, modellando il suo piano Belt and Road sulla base del confronto non solo con l'ASEAN, ma con ogni singolo partner asiatico coinvolto nell'iniziativa. L'AIIB garantirà un importante supporto finanziario ai progetti legati all'iniziativa ma soprattutto la connessione con l'Europa: Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Spagna, Austria, Danimarca, Finlandia, Portogallo, Svezia, Lussemburgo, Islanda, Norvegia, Svizzera e Olanda hanno infatti aderito, come membri fondatori, alla nuova banca a guida cinese. Nel dettaglio del nostro Paese, le prospettive per l'Italia sarebbero di enorme interesse specie per il ruolo previsto dal progetto per la città di Venezia, unico punto di incontro tra la cintura terrestre (proveniente da Rotterdam) e quella marittima (proveniente dal Canale di Suez via Atene) della Nuova Via della Seta.

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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