(ASI) Per la prima volta dal 1945, la Cina ha deciso di dedicare una parata di altissimo livello alla vittoria sull'aggressione giapponese e a quel 3 settembre che chiuse definitivamente la guerra in Asia Orientale.

Il conflitto sino-giapponese ha dinamiche senz'altro diverse da tutti gli altri che, come tanti tasselli, composero il tristissimo mosaico della Seconda Guerra Mondiale. L'invasione giapponese della Cina prese il via, infatti, già nel 1931 a seguito dell'incidente di Mukden, un casus belli inscenato dall'esercito imperiale di Hirohito per accusare i nazionalisti cinesi e giustificare una reazione militare violentissima.
Si trattò di una vera e propria "false flag" contro la linea ferroviaria della Manciuria meridionale, un attentato realizzato dalla stessa Armata del Kwantung, ossia dai militari giapponesi di stanza presso quell'area della regione che l'Impero del Sol Levante aveva strappato allo Zar nel conflitto russo-giapponese del 1904-'05. Nel 1932, Tokyo aveva già occupato l'intera regione creando lo Stato fantoccio del Manciukuo con il coinvolgimento servile di alcuni dignitari dell'ormai decaduta Dinastia Qing, tra cui l'"ultimo imperatore" raccontato da Bernardo Bertolucci in una pellicola del 1987.
Nel 1937, una sparatoria tra militari sul Ponte di Marco Polo, anche questa inscenata dall'Armata del Kwantung, fornì al Giappone il pretesto per avviare un'invasione della Cina su vasta scala, uno dei più grandi piani di occupazione mai pensati nella storia, assieme a quelli di Gengis Khan, Napoleone e Hitler. Con la dottrina politico-militare della sfera di coprosperità, infatti, il Giappone intendeva in realtà imbastire con la forza un grande spazio egemonico compreso latitudinalmente tra l'India e la Nuova Guinea e longitudinalmente la Siberia orientale e l'Australia, scatenando la scontata reazione di numerosi Paesi, ma anche e soprattutto convincendo il generale nazionalista Chiang Kai-shek ad accettare, malgrado il suo viscerale anticomunismo, la proposta del Fronte Unito Nazionale avanzata da Mao Zedong ed appoggiata dai sovietici sin dai tempi in cui il Kuomintang era guidato dallo spirito ben più conciliante e nazionalpopolare di Sun Yat-sen.
Oltre alla Manciuria e al resto della Cina, l'esercito nipponico invase il Vietnam (allora francese), la Birmania (allora britannica), le Filippine (allora sotto protettorato statunitense), la Corea (giapponese già dal 1910), l'Indonesia (allora olandese), la Nuova Guinea (spartita tra olandesi e britannici) e il cosiddetto Nahamalaya, nome con cui i giapponesi indicavano l'unità dei territori della penisola malesiana, dell'isola (oggi indonesiana) di Sumatra e di Singapore.
Nei quattordici anni compresi tra il 1931 ed il 1945, ben 35 milioni di cinesi rimasero uccisi o feriti, mentre negli anni del conflitto su vasta scala, ossia tra il 1937 e il 1945, 18 milioni di cinesi persero la vita sul campo di battaglia o nelle proprie case. Dopo quello dei popoli sovietici, che dall'avvio dell'Operazione Barbarossa alla presa di Berlino piansero 26 milioni di vittime, il sacrificio del popolo cinese resta il più alto in tutto l'arco di quella atroce guerra mondiale.
E' facile intuire che il senso profondo dell'imponente parata militare in Piazza Tienanmen è stato proprio quello di attirare l'attenzione del mondo intero su questo fondamentale contributo alla causa per la pace. Nel discorso di Xi Jinping non c'è spazio per le esibizioni muscolari o per una retorica nazionalista sterile e fine a sé stessa, come molti media occidentali hanno insinuato, per consolidare il consenso interno e l'immagine esterna dopo le recenti difficoltà economiche, tanto meno attraverso un evento organizzato da molti mesi.
Al contrario, la parola "pace" viene ripetuta numerose volte. Se è vero che il presidente cinese considera la vittoria come "una lotta valorosa contro gli invasori" che ha "preservato una civiltà di 5000 anni", aggiunge che quella guerra ha anche "difeso la causa della pace per l'umanità". Se la Cina fa sfoggio delle sue capacità militari e mostra per la prima volta in pubblico diversi droni e missili (come l'anti-nave DF-21D, temutissimo dal Pentagono) fin'ora svelati soltanto da fotografie indiscrete o articoli di giornale, il presidente annuncia di voler ridurre l'organico militare di 300.000 unità. L'Esercito Popolare di Liberazione resterà comunque il più numeroso al mondo, ma dagli attuali 2,2 milioni di effettivi in servizio dovrà passare, così, ad 1,9 milioni. Un'ottimizzazione ed una razionalizzazione che presumibilmente cercherà di produrre il massimo vantaggio dall'informatizzazione militare avviata nel lontano 2002 dall'ex presidente Jiang Zemin.
Negli ultimi trentacinque anni, il governo cinese ha dato grande prova della sua capacità di pianificazione a lungo termine. Parimenti erano stati previsti da almeno tre anni sia il rallentamento della crescita economica che la presenza di insidie in un mondo globale dove, come aveva ricordato l'ex presidente Hu Jintao al momento del congedo, "permangono i segnali di un egemonismo in aumento, di politiche aggressive e di neo-interventismo" e "diventano sempre più pressanti istanze di livello internazionale come la sicurezza alimentare, la sicurezza energetica e industriale, e la sicurezza informatica".
Xi Jinping non cambia dunque il volto del Paese, non ritocca i vettori politico-economici principali, ribadisce i principi dell'"ascesa pacifica" e dello sviluppo di una società armoniosa (hexie shehui) in un mondo armonioso (hexie shijie), e li adatta alla nuova contingenza storica. Senza drammatizzare le difficoltà finanziarie affiorate sul mercato azionario che, giova ricordarlo, ha un peso complessivo pari soltanto al 40% del PIL di una Cina dove l'economia reale e l'industria (a partire da quella di Stato) contano ancora parecchio.

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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