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Politica Estera

Gli Indios, l’Amazzonia e le multinazionali.

Di Fabio Polese 19 Febbraio 2011 – 10:57 2 min di lettura

 

(ASI) Gli Indios e l’Amazzonia. La Chevron deve pagare: 9 miliardi agli Indios. L’Amazzonia è il nostro futuro. L’area conosciuta supera i 7 milioni di kmq e la foresta ne occupa il 5,5. Ospita settantacinquemila tipi di alberi e circa novantamila tonnellate di piante, un quinto di tutti gli uccelli del mondo ci vive. L’uomo ha iniziato a distruggerla negli anni quaranta quando i governi degli otto paesi nei quali si estende la foresta iniziarono a sfruttare le risorse forestali. Le multinazionali del legno, dopo aver esaurito le risorse delle foreste del sud-est asiatico e dell’Africa Centrale, si sono spostate nell’Amazzonia, attratte dall’incredibile volume di legname. Molte tribù di Indios sono già state costrette – dai madereiros – a dileguarsi. Qualsiasi contatto con l’uomo moderno potrebbe essere fatale ed avere conseguenze devastanti, proprio come fu nei tempi dei colonizzatori spagnoli. Bisogna considerare che il sistema immunitario delle ultime tribù Indios non avrebbero la capacità di reggere al passaggio forzato verso la società globalizzata. Non hanno mai visto un uomo bianco, figuriamoci se si potrebbero abituare ad internet o al funzionamento di una banca piuttosto che ad un telefonino. Non stiamo parlando di fantasia, non ci stiamo inventando una storia, non stiamo raccontando una leggenda, siamo nella realtà. In una società dedita al consumo, sempre più frenetica, esistono ancora uomini autentici e – per fortuna – non "civilizzati". In un articolo dal titolo "Le ultime 100 tribù incontaminate" de "La Stampa" del 10-02-2011, l’autore Mattia Bernando Bagnoli descrive il Sudamerica come una specie di Arca di Noé dei popoli perduti. Sempre nello stesso articolo viene riportato quanto detto dal direttore di Survival International: "Spesso questi popoli vengono visti come retrogradi perché vivono in modo diverso dal nostro. Ma è questa stessa nozione ad essere invece retrograda e incivile".

 

Strano ma vero. Una sentenza coraggiosa partita da un altrettanto coraggioso Giudice di un paese dell’Amazzonia ecuadoregna. La sentenza, attesa da 17 anni, dopo una battaglia legale iniziata negli Stati Uniti e rimbalzata da una nazione all’altra è finalmente arrivata. La storia iniziò nel 1993 quando l’allora Texaco, poi fuso con Chevron venne accusato per l’estrazioni di petrolio effettuate tra il 1964 e il 1990 nella parte dell’Amazzonia dell’Ecuador e che portarono grandi danni alle tribù indigene delle regioni di Sucumbios e Orellana. L’accusa aveva sottolineato che nel corso degli anni erano aumentati i casi di malattie mortali e che i campi erano diventati aridi e avvelenati. La Chevron, seconda compagnia multinazionale petrolifera americana più grande, ha ovviamente reagito dichiarando questa sentenza come "illegittima" e annunciando che ricorrerà in appello.
Nota della Redazione

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