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(ASI) A seguito della svolta politica in Egitto culminata con le dimissioni del presidente Mubarak, si apre la grande sfida in Medio Oriente. Il presidente americano Barack Obama, felicitandosi per con il popolo egiziano ha paragonato la cacciata di Mubarak alla caduta del Muro di Berlino affermando: "L'Egitto non sarà più come prima ed ha bisogno di una democrazie genuina. La voce degli egiziani è stata ascoltata, ma bisogna stare attenti, i giorni più difficili devono ancora arrivare; persino la repubblica islamica iraniana teme le volontà del suo popolo".

Anche il presidente del parlamento iraniano Majlis, congratulandosi con il popolo egiziano, ha affermato: "Il risveglio delle nazioni islamiche dimostra che l'epoca della dittatura è finita. La rivoluzione del popolo musulmano dell’Egitto indica chiaramente che è cominciata una nuova era del risveglio religioso tra i popoli della Regione. I governi dei Paesi islamici non possono più ignorare l’identità islamica della loro gente e dovrebbe prendere in seria considerazione le richieste delle loro nazioni. Il grande popolo egiziano con le sue manifestazioni"- conclude Majlis - "voleva conquistare una reale democrazia “.

Da queste dichiarazioni emergono quindi due posizioni concordanti circa l'uscita di scena di Mubarak, un personaggio diventato scomodo poiché inviso al suo popolo, mentre sono assai  divergenti  le prospettive politche future auspicate per l'Egitto: da una parte si vorrebbe una soluzione tutta occidentale che intenderebbe esportare  il suo modello di democrazia nel paese con gli Stati Uniti a svolgere un ruolo preminente nella transizione.  Dall'altra si anela un riequilibrio geostrategico nell'area medio orientale.  Questa opzione vedrebbe un chiaro rafforzamento  delle posizioni delle nazioni islamiche della zona. Un piano realizzabile tramite una grande coalizione che veda protagonisti, proprio i Paesi  islamici, con la diplomazia iraniana in testa. E' su queste due soluzioni che si gioca la partita geopolitica in Medio Oriente e non solo.

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