(ASI) Roma - «Secondo le autorità competenti, Meriam Ibrahim sarà rilasciata soltanto se rinuncerà alla fede cristiana e divorzierà da suo marito Daniel», è quanto sostenuto dall’arcidiocesi di Khartoum in un comunicato diffuso l’11 giugno e inviato ad Aiuto alla Chiesa che Soffre.

Il documento integra il testo redatto nel 21 maggio scorso dal Consiglio delle Chiese del Sudan e porta la firma di padre Mussa Kacho, vicario episcopale della regione pastorale di Khartoum. L’intento dell’arcidiocesi è di smentire le informazioni inesatte diffuse finora dai media nazionali ed internazionali e al tempo stesso rivolgere un appello alle autorità sudanesi affinché la donna condannata a morte per apostasia venga liberata.

«Al momento Meriam – si legge – si trova ancora nella prigione di Omdurman (dalla parte opposta del Nilo rispetto a Khartoum), praticamente nel braccio della morte, dove allatta in catene la sua bambina nata in carcere lo scorso 28 maggio. Il suo caso sarà giudicato in appello, ma nessuno conosce ancora la data fissata per il secondo grado di giudizio». Rivolgendosi alle autorità nazionali, l’arcidiocesi di Khartoum ricorda come la costituzione sudanese garantisca espressamente all’art. 38 la libertà religiosa e di culto e vieti l’imposizione di una religione a chi non vi creda liberamente. «Esprimiamo profondo dispiacere e delusione nell’osservare come il caso è stato gestito in tribunale: senza alcun rispetto per la fede religiosa di Meriam. Il punto centrale dell’intera vicenda è che la donna non ha abbandonato l’Islam per il cristianesimo, perché sin dalla sua infanzia non ha mai praticato la religione islamica».

Il padre di Meriam era sì musulmano, ma ha lasciato la famiglia quando lei aveva appena cinque anni. La donna è quindi cresciuta praticando la fede della madre, cristiana ortodossa, per poi divenire cattolica poco prima di conoscere il suo futuro marito Daniel Wani nel 2011. I giudici hanno tuttavia giudicato la ragazza come musulmana, condannandola a morte per apostasia in base all’art. 126 del codice penale del Sudan, fortemente ispirato alla sharia.

Inoltre, per la legge islamica una donna musulmana non può sposare un cristiano (art. 146 del codice penale sudanese). Il matrimonio di Daniel e Meriam è quindi nullo e i loro due figli costituiscono la prova di zina, termine che nella sharia indica il reato di adulterio e comprende anche i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. È per questo motivo che all’imputazione di apostasia si aggiunge quella di adulterio e alla condanna a morte la pena di cento frustate. Non è la prima volta che la coppia è accusata di aver commesso adulterio. Nel settembre 2013 entrambi furono arrestati, in seguito alla denuncia di alcune persone che sostenevano di essere parenti della donna, ma allora la corte di Haj Yousif lasciò cadere le accuse. Oggi, anche qualora Meriam decidesse di abbandonare la fede cristiana, l’unica via per salvare il loro matrimonio sarebbe che Daniel si convertisse all’Islam e che i due si risposassero secondo il rito islamico».

Il documento dell’arcidiocesi si conclude con un appello. «Alla luce delle informazioni fornite e per onorare la ferma volontà di Meriam di non abbandonare la propria fede cristiana, imploriamo la magistratura e le autorità competenti di rivedere il caso e decretarne una ragionevole fine».

 

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“Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2012 ha raccolto oltre 90 milioni di euro nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 5.604 progetti in 140  nazioni. 

 

 

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