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(ASI) «È giunto il momento di mettere da parte le armi e lavorare insieme per un piano di pace». È l’appello di Gregorios III Laham alla comunità internazionale, raccolto da Aiuto alla Chiesa che Soffre martedì 27 agosto.

Appena rientrato in Libano dopo alcuni giorni a Damasco, il patriarca greco-melchita condanna fermamente l’eventualità di un intervento militare in Siria. «Una tale azione non potrà che avere conseguenze disastrose – afferma Sua Beatitudine – dobbiamo invece continuare a promuovere iniziative per la riconciliazione. Nonostante l’infuriare della crisi, la riconciliazione è ancora una strada percorribile e deve essere in cima alle nostre priorità».

Gregorios III esprime ad ACS anche le sue perplessità relative agli autori dell’attacco avvenuto il 21 agosto scorso nella periferia della capitale siriana, durante il quale sarebbero state utilizzate armi chimiche. «Chi può dire chi ci sia dietro l’attentato?», si chiede il patriarca puntando il dito contro gli Stati Uniti, «che un giorno accusano le forze lealiste, ed il giorno seguente l’opposizione».

Per il patriarca melchita, l’atteggiamento americano non farebbe che gettare benzina sul fuoco. «Sono ormai due anni che gli Usa continuano ad alimentare l’odio e la violenza». Nel condannare l’utilizzo di armi chimiche Gregorios III fa inoltre notare il notevole afflusso di guerriglieri stranieri in Siria, in parte dovuto al massiccio ingresso di armi nel paese mediorientale, che contribuisce ad accrescere le file di gruppi islamisti e fondamentalisti.

L’alto prelato ha lasciato la Siria lunedì pomeriggio (26 agosto), poco prima che due bombe colpissero la città vecchia di Damasco, poco distante dal patriarcato melchita. Un ordigno è caduto su un centro Scout uccidendo due passanti, ma risparmiando fortunatamente i bambini. «Non possiamo affermare che l’obiettivo fosse il patriarcato, perché vi è anche una base militare nelle vicinanze». Intanto continua il lavoro del centro di soccorso della Chiesa greco-melchita (istituito a fine 2011) a cui oggi si rivolgono oltre 2800 famiglie damascene bisognose di cibo e medicine. «La situazione nella capitale è davvero tragica e si può essere colpiti da una bomba in qualsiasi momento».

Oltre un terzo dei cristiani siriani – circa 450mila – ha dovuto abbandonare la propria casa per cercare rifugio all’estero o in altre aree del paese. «Nonostante i gravi problemi, i nostri fedeli non hanno mai smesso di pregare e le nostre chiese non sono mai vuote. I cristiani di Siria hanno paura, ma la loro fede è ancora più forte».

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