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(ASI) Vi ricordate l’effetto avuto sull’opinione pubblica per la comparsa di “Oscar Giannino” sul palcoscenico politico e il boom preelettorale di Fare per Fermare il Declino (FID)? Eravamo arrivati a un gradimento del 4.8% e le previsioni erano rosee, quando per merito (demerito) dello stesso Oscar, per mere questioni di master “fantasma”, alle elezioni il FID ottenne a stento l’1,5%. Ora, dopo il congresso di Bologna e l’adunata di Perugia, il neo Presidente Michele Boldrin sta aprendo a una nuova fase: “Bisogna far capire agli italiani che votare per questa finta destra e per questa finta sinistra porta solo al disastro più totale. Bisogna far capire agli italiani che non devono seguire chi gli racconta il sogno più incredibile ma chi dimostra di saper costruire almeno un pezzo del loro futuro.… Fare è … a sostegno del lavoro, contro la politica della pressione fiscale che finanzia la spesa pubblica improduttiva e per una politica concreta di tagli che liberino risorse da destinare a imprese, lavoratori e famiglie”.

 

Al tempo stesso Boldrin spende il suo tempo indefessamente alla ricerca di “dialogo” con altre componenti politiche, proprio per meglio comprendere e indirizzare su un unico percorso il popolo dei “dissidenti” e dei non più “credenti” (a Roma più del 50% di astensioni!). Tutto giusto, giustissimo! Ma, quali riscontri ci sono sul terreno?  Il problema della mancanza di visibilità del FID è alquanto evidente. Ne ho sentore continuo e riscontri nel quotidiano parlarne con gli amici. Certamente non si tratta né di credibilità, né tanto meno di carisma: Boldrin, da eccellente professore universitario in USA, ne ha entrambi da vendere. Allora cosa manca al FID per riaffermare la propria politica e il proprio pensiero? Cosa manca per scuotere la coscienza di quei venti milioni (a tanto ammonta il “sommerso”) dell’elettorato che a tutt’oggi ha perso fiducia nella classe politica dirigente e di Governo della nostra Italia? Grillo e i suoi 5 stelle ci dimostrano che, certamente, la sola azione di contestazione non basta. Anzi è deleteria perché oltre a far perdere di credibilità al movimento (giustamente perché non si può improntare il tutto sulla sola azione disgregante e il “decrescita felice”!), non fa altro che stimolare la classe politica dirigente a fare tutto il possibile per mantenere lo status quo che assicura a loro e al loro entourage una posizione di privilegio che in nessun altro modo potrebbero avere.

 

Di conseguenza, bisognerebbe andare oltre che sulla denuncia delle cose che non vanno, sulla propugnazione di “obiettivi” concreti che possano divenire il punto di riferimento per la “ricostruzione” integrale del Sistema Italia. Uno di questi è sicuramente l’Unione Europea e l’ottimizzazione del sistema paese al suo interno. La politica monetaria della BCE e l’interdipendenza sempre più evidente sulle economie dei singoli stati, la scomparsa dal contesto internazionale dell’Europa (si badi a quanto accaduto per le rivoluzioni arabe e la guerra civile in Siria) ed il profondo mutamento del quadro geostrategico mondiale e il declino di quello economico per l’occidente, sono tutte indicazioni che invitano a riflettere. A prescindere dalla prossima tornata elettorale per il Parlamento europeo, prevista nel prossimo maggio, le scelte a livello nazionale che saranno fatte per il futuro dell’Unione coinvolgeranno sempre più il futuro stesso degli stati membri. Nella sostanza dell’Europa non se ne può fare a meno!

 

Per contro, sembrerà strano ma siamo solo all’inizio di un lungo percorso che, apertosi nel 1957, ancora oggi stenta a concretarsi. Questa crisi, infatti, evidenziatasi come “crisi dell’Euro zona”, ai fini italiani si è manifestata anche come crisi del “sistema politico”. Sia la sinistra, sia la destra sia il centro, non sono stati in grado di dare risposte tali da poter portare il Sistema Italia fuori dal guado, mentre emergono sempre più necessità di omogeneizzare le soluzioni attuate nel welfare, previdenza, funzionamento dello Stato, Giustizia e così via. Ci sono voluti quarantadue anni di storia europea (nascita CEE: 1957) e la lungimiranza di solitari uomini per creare la Moneta Unica: unica “entità sovrannazionale” cui gli Stati membri hanno delegato interessi seppur parziali. Lo scenario politico interno, per scuotersi dall’allontanamento affettivo di massa, deve solo orientarsi su un’Europa maggiormente rappresentativa e unitaria. Un’Europa Stato che, in barba al fallimento della Costituzione Europea (definitivamente abbandonata nel 2009 a seguito dell’esito negativo dei referendum sulla ratifica in parecchi Stati dell’Unione), faccia riferimento a un unico “Popolo” e a un unico “Ordinamento”. Il processo d’integrazione ha trovato utile terreno in Europa e oggi si va sempre più a enfatizzare la comune matrice culturale: le radici giudaiche - cristiane che, legate al positivismo giuridico Romano e al pensiero filosofico Greco, sono alla base del nostro essere Europei.

 

Così come non si può prescindere dalla Rivoluzione francese, i cui valori, adattati (purtroppo) alla contrapposizione di matrice Marxista all’individualismo liberale di John Locke, hanno dato origine alla moderna socialdemocrazia che è alla base della maggior parte dei paesi europei. In definitiva, grazie a queste comuni radici culturali, i rumeni, gli ucraini, i polacchi, gli italiani, i tedeschi ecc., non hanno alcuna difficoltà a integrarsi in altri paesi dell’Unione. Bisognerà dunque adire a una politica estera comunitaria, alla Sicurezza e alla Difesa Comune, a un modello unificato di Forze Armate. Magari tale da eliminare qualsiasi dubbio sulle scelte di politica industriale, quale il tanto criticato F35 A e B della nostra Aeronautica. Così come lo stesso va detto sul sistema giudiziario, sanitario etc. Lo scenario internazionale esige sempre più un’Europa che si manifesti all’unisono. Mi auguro quindi che la linea di condotta suggerita possa essere fatta propria da FID, così come per l’iniziativa dell’Opinione sulla "Rifondazione del Centro Destra", i Radicali Italiani, il PLI, PRI, i fuoriusciti dei 5 stelle, gli scontenti e gli scoraggiati di sinistra e di destra e tutti coloro che continuano a soffrire per quella strana dittatura del “potere da poltrona” di cui da anni ormai l’Italia è affetta.

 

Fabio Ghia

(è iscritto a Fare per Fermare il Declino)

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