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(ASI) Charlie Hebdo non stempera la polemica scaturita dalla pubblicazione di vignette dileggianti Maometto. La rivista francese è tornata questa settimana in edicola con una provocazione verso tutti coloro che nei giorni scorsi l’avevano accusata di scarsa “responsabilità” a causa dell’azzardo blasfemo che ha fatto infuriare il mondo islamico, già ampiamente in subbuglio per l’uscita di un film anti-Islam negli Stati Uniti.

 


La redazione della rivista satirica ha scelto di tornare a far parlar di sé lanciando un’edizione senza illustrazioni e con la sola dicitura “responsabile” sulla prima pagina.
Un gesto sarcastico che non nasconde, oltre alla latente arroganza di chi è disabituato a riconoscere gli errori, un vittimismo ingiustificato, data la pletora di sostenitori dell’edizione blasfema a fronte di un infimo numero di critici (fatta salva da questa statistica la componente di fedeli islamici, colpiti nel proprio animo). Parole di solidarietà nei confronti del direttore di Charlie Hebdo si erano levate da larghi settori della cultura occidentale, tutti protesi a tutela della “laicità”. Sostegno cui vale porre speciale attenzione è quello giunto dalle Istituzioni; Manuel Valls, ministro degli Interni francese, proclamava “un diritto fondamentale” da non mettere in discussione “il diritto di espressione, di informazione, di opinione, della caricatura”. Questo suo pronunciamento ha ricevuto da parte di molti scroscianti applausi, originati dalle stesse mani che impugnavano le penne per stilare l’ennesima, stucchevole apologia della cultura laica, progressista, di cui la Francia è supremo alfiere. Cultura che fa della “libertà d’espressione” il suo più grande vanto.

In che modo venga espletata questa libertà da parte della Repubblica francese è presto detto. Sfogliando le copiose pagine del Codice penale transalpino è possibile rilevare un filo rosso d’ipocrisia rispetto alla tanto glorificata “libertà d’espressione”. Negli anni 1990, 2005, 2012 il Parlamento francese ha approvato delle leggi che limitano, al contrario, la possibilità di esprimersi su determinati temi in modo libero. La prima picconata al vanto della Repubblica fondata sul motto “Liberté, Égalité, Fraternité” è opera di Jean-Claude Gayssot, un deputato comunista che dal suo scranno del Parlamento promosse e fece approvare una legge che proibisce e sanziona penalmente le tesi difformi dalla verità ufficiale su alcuni accadimenti della Seconda guerra mondiale (come la persecuzione degli ebrei e il processo di Norimberga). Questa breccia nell’ambito giuridico, che trovò uniti nello sperticato consenso esponenti del sionismo e della galassia della sinistra, porta la data del 13 luglio 1990 e il nome del suo promotore: “Legge Gayssot”. Quindici anni dopo la ratifica di questa vera e propria “legge censura”, la Francia tornò a distinguersi attuando un’altra restrizione. In questo caso, era il 23 febbraio 2005, l’obiettivo furono le opinioni che offendono non la sensibilità di una ristretta lobby, bensì l’orgoglio sciovinistico legato al retaggio della Francia colonialista. L’articolo 4 della cosiddetta legge sui “rimpatriati” d’Algeria recita infatti: “I programmi scolastici riconoscono il ruolo positivo della presenza francese oltremare, in particolare in Africa del nord”. Un ruolo edificato sulle spoliazioni e sui corpi privi di vita di un sesto della popolazione algerina, “danno collaterale” della mission civilisatrice dei coloni francesi.

Malgrado nel 2008 una commissione di parlamentari francesi pubblicò un documento che raccomandava di non votare più leggi inerenti all’ambito storico, qualche mese fa la questione è tornata d’attualità. Nel gennaio scorso l’Assemblea nazionale approvava in via definitiva un testo, fortemente voluto dall’ex presidente francese Sarkozy, che criminalizza la negazione del “genocidio armeno”, espressione che fa riferimento alle deportazioni e uccisioni attuate dall’Impero ottomano nei confronti alla minoranza d’etnia armena (legge successivamente bocciata dalla Corte Costituzionale francese, ma che il nuovo presidente Hollande ha dichiarato di voler reintrodurre con un nuovo provvedimento).

Queste tre leggi sono da considerare delle attualizzazioni delle tanto vituperate lettres de cachet, lettere con sigillo reale che nella Francia pre-rivoluzionaria recavano un ordine di imprigionamento o esilio per forzare azioni arbitrarie da parte del Regno e giudizi senza appello. Tali leggi subordinano la libertà d’espressione alle istituzioni giuridiche che le applicano e ai gruppi di pressione che le esigono. La democrazia si trasforma così in uno specchietto per le allodole in mano a pochi, lo Stato getta la maschera liberale e mostra il suo vero aspetto oppressivo. Aspetto di natura duale: si esprime non soltanto allorché emana sanzioni a chi infrange queste “leggi censura”, ma anche in quanto l’offesa alla fede religiosa viene consentita, persino incoraggiata. Si collocano in questo senso le parole di sostegno che il ministro degli Interni francese ha pronunciato all’autore di quelle vignette di Charlie Hebdo, da considerare almeno di cattivo gusto.

E’ in questo modo inelegante che la Francia ottempera alla sua decantata “laicità”, sancita da una legge del 1905 sulla “separazione tra Stato e Chiese”. Un regime di separazione tra i più netti mai esistiti nella storia d’Europa, un tentativo evidentemente proficuo di recidere ogni legame tra l’uomo e Dio. Proprio come le ghigliottine recidevano teste durante gli anni del “Terrore”. Dalla rivoluzione francese ad oggi - la legge del 1905 lo testimonia - si è continuato pervicacemente a rincorrere questo obiettivo di sostituire agli aneliti spirituali più profondi, insiti in ogni civiltà, una “religione laica”, di Stato (che possiede anch’essa i propri dogmi, e le “leggi censura” ce lo rammentano). Obiettivo che passa anche attraverso la matita di un vignettista sgarbato, un volgare insultatore che viene elevato a paladino della “libertà d’espressione”. Obiettivo che si raggiunge non disdegnando tuttavia altri tipi di provocazioni - talvolta più violente ancora - nei confronti di chi si affida alla grandezza e alla misericordia divina. Un film presentato di recente alla Mostra del Cinema di Venezia (evento che riceve generosi fondi dalle casse dello Stato italiano) si è reso tristemente famoso per via di alcune raccapriccianti scene blasfeme con oggetto il crocifisso. Obiettivo che ha dunque oltrepassato da tempo i confini francesi, diventando una sorta di “missione universale” che ogni buon tribuno della modernità deve sottoscrivere entusiasticamente. Lo sa fin troppo bene il nostro ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che nei giorni scorsi ha proposto di soppiantare nelle scuole italiane l’ora di religione (per giunta facoltativa) con dei “programmi revisionati” più consoni alla società odierna, “aperta e multietnica” (insomma, un’astrazione buonista finalizzata a togliere di mezzo dall’educazione dei giovani l’ingombro della religione). Le “leggi censura”, le vignette di Charlie Hebdo, le forme d’arte blasfeme, i governanti che provano a escludere Dio dalla vita civile sono forse tutti segni dei tempi: l’ultima deriva di questo processo sovversivo che chiamano “laicità”.

 Federico Cenci – Agenzia Stampa Italia

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