(ASI) Sono passati più di 6 mesi dall’inizio della pandemia Covid19. Dal primo allarme partito dalla Cina il virus ha contaminato l’intero pianeta, infettando milioni di persone e uccidendone centinaia di migliaia. La prima immediata reazione, nell’emergenza, mirata a bloccarne o rallentarne la diffusione, è stato il cosiddetto lockdown.  Nel giro di 24 ore tutto si è fermato: lavoro, scuole, attività, imprese.

Milioni di persone si sono rinchiuse in casa, nel luogo in cui si trovavano, come nel gioco della sedia, quando la musica si ferma e tutti si siedono dove trovano posto.

La maggioranza delle persone ha eseguito diligentemente le disposizioni governative, troppo grande è stata la paura evocata dai primi tragici bollettini sulle vittime. Lo sforzo sovrumano di medici e infermieri non potrà mai essere adeguatamente ringraziato. Così come quello di chi ha continuato a lavorare per garantire i bisogni essenziali. Tutti abbiamo fatto la nostra parte (le eccezioni sono una minoranza davvero esigua e non possono essere paragonate alla grande maggioranza di chi ha risposto responsabilmente).

Abbiamo passato giorni e giorni in attesa dei drammatici bollettini quotidiani della Protezione Civile, seguito ansiosamente le curve dei grafici sull’andamento dell’epidemia, indossato mascherine e guanti quando reperibili e ci siamo ingegnati a riconvertire produzioni o a farne di casalinghe pur di fare la nostra parte. Ci siamo adeguati alla separazione da figli, genitori anziani, affetti rimasti bloccati in altri luoghi.

Abbiamo sfruttato la tecnologia per restare “uniti” anche se virtualmente. Abbiamo chiuso negozi, piccole attività e fabbriche senza sapere quando avremmo potuto tornare a lavoro o a scuola. Anche chi aveva un lavoro precario o non contrattualizzato. Abbiamo aspettato un aiuto economico dallo Stato per fare la spesa. Abbiamo seguito lezioni a casa insieme ai nostri figli per dare un senso di continuità didattica a tutti gli studenti. Abbiamo stampato decine di moduli di autocertificazione, ogni giorno diversi.  Noi tutti, persone comuni abbiamo fatto la nostra parte, stringendo i denti, come non avremmo mai pensato di dover fare, non avendo mai vissuto (grazie a Dio) guerre o devastazioni come le generazioni più anziane.

Abbiamo ascoltato con avidità tutto ciò che centinaia di esperti ogni giorni ci hanno raccontato di questo virus coronato nella speranza, ogni giorno, di sentire notizie confortanti e risolutive. Sono circa 450 gli esperti assoldati, solo in Italia, per coadiuvare il Governo nella gestione dell’emergenza. Non voglio fare processi o analisi su cosa si sarebbe potuto fare. Davanti all’imprevisto, di portata così devastante la penso come Manzoni: “del senno di poi sono piene le fosse”.

Ma oggi, dopo 6 mesi, non è più possibile ascoltare centinaia di esperti ripetere:” bisogna stare a casa, bisogna stare fermi, il peggio può ancora venire”. Scusate ma non mi basta. Oggi vorrei ascoltare, dopo 6 mesi di esperienza, di dati, statistiche, analisi e ricerche, un progetto sanitario a medio e lungo termine, vorrei sapere quali sono le strategie cliniche acquisite, i mezzi farmacologici, la ricerca di un vaccino, le cure. Oggi vorrei sapere come si procederà per i prossimi mesi con le profilassi preventive cliniche, con le tempistiche per la distribuzione dei presidi medici e soprattutto dei farmaci.

In questa epidemia abbiamo visto che l’80% dei malati è rimasto a casa, aspettando la guarigione spontanea con supporti comuni, moltissimi hanno risolto la malattia con sintomi lievi o addirittura in modo asintomatico, tanto da ipotizzare una diffusione della malattia molto più ampia dei numeri ufficiali. Abbiamo però assistito agli spaventosi numeri delle vittime, tutti o quasi tra le generazioni più fragili o anziane. Ed è proprio per queste persone che non ci sono più (ma ancor più per coloro che ancora sono a rischio), radici della nostra attualità, che è indispensabile giungere al più presto ad una risposta risolutiva.

Il peso, la responsabilità e il costo di questa tragedia planetaria non possono ricadere solo sulle persone comuni, sulle famiglie, i lavoratori, gli studenti, i medici, gli infermieri e tutti i cittadini che obbediscono alle disposizioni governative.  Adesso è tempo che gli esperti comincino a dare risposte da esperti quali sono.

O no?

 

Mira Carpineta

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