Trump minaccia l’Europa con un dazio del 50%

(ASI) Donald Trump ha scelto ancora una volta la via dell’annuncio spettacolare, rilanciando l’idea di imporre dal 1° giugno un dazio del 50% su tutte le importazioni europee. Una mossa che ha fatto tremare Bruxelles e le borse del continente, salvo poi trasformarsi, nel giro di pochi giorni e dopo una telefonata con Ursula von der Leyen, in un rinvio al 9 luglio.

Non la prima volta che accade: la tattica è ormai chiara, alternare la minaccia di colpi pesantissimi con aperture improvvise, per spingere l’Europa al tavolo con il fiato corto.

La dinamica è stata quasi rituale. Prima il post roboante su Truth Social – “discussioni che non vanno da nessuna parte” – con cui il presidente americano annunciava dazi indiscriminati, doppi rispetto al 25% già ventilato in aprile. Poi il silenzio imbarazzato della Commissione, che ha preferito non commentare fino al contatto diretto tra Maroš Šefčovič e l’omologo americano. Infine, la telefonata con von der Leyen, che ha permesso di spostare la scadenza e riaprire un canale di dialogo, con Bruxelles che parla ora di “nuovo slancio” nei negoziati.

Trump però non nasconde la sua irritazione verso l’UE, accusata di erigere barriere commerciali e normative, di sfruttare il mercato americano e di mantenere un surplus da oltre 230 miliardi di dollari l’anno.

L’argomento è sempre lo stesso: riportare produzione e occupazione negli Stati Uniti, eliminare “barriere non monetarie” e costringere partner e multinazionali (Apple in primis) a spostare fabbriche e catene di valore sul suolo americano. È una linea che mescola economia e politica, minacce e slogan, senza troppa coerenza se non quella del risultato immediato.

Per l’Europa, il rischio è duplice. Da un lato, l’impatto economico: un dazio del 50% colpirebbe in pieno settori già fragili, dall’automotive all’agroalimentare, e rischierebbe di azzoppare la già modesta crescita prevista per il 2025. Dall’altro, la perdita di credibilità: la strategia attendista della Commissione, basata sul pragmatismo e sul tentativo di disinnescare il conflitto, sembra mostrare tutti i suoi limiti contro la logica dello scontro frontale che domina a Washington.

Eppure, nonostante le minacce e i toni da campagna elettorale permanente, Trump ha accettato di concedere tempo. Perché sa che un’escalation totale con Bruxelles non converrebbe nemmeno all’economia americana, già alle prese con inflazione e incertezze globali. Il rinvio al 9 luglio non è un gesto di distensione, ma il segnale che la partita è ancora aperta.

Tommaso Maiorca – Agenzia Stampa Italia

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