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(ASI) Gentili amici di Agenziastampaitalia e della rubrica “Le tastiere degli Amici della Musica”, saniamo oggi un debito di un paio di recensioni che arrivano con un certo ritardo, in parte voluto.
Un ritardo impostoci dalla nostra volontà di capire quanto i suoni, il tocco, lo stile e il programma di due pianisti di livello internazionale della giovane generazione rimanessero scolpiti nei nostri “orecchi”, nella nostra memoria musicale. Una programmatica decisione quindi, di valutare a distanza, con ponderazione quanto esecutori giovani o giovanissimi forieri di specifiche scuole pianistiche possano “impressionare” ed imprimere ricordi musicali felici nelle orecchie degli ascoltatori. L’esperimento è riuscito e con ottimi risuolati.

La vincitrice del premio “Leonardo Roscini” edizione 2010 YUMI PALLESCHI, ospite degli Amici della Musica di Perugia-Fondazione Perugia Musica Classica
Si è tenuto l’8 gennaio scorso, alla Sala dei Notari di Perugia, il concerto di questa giovanissima pianista. Dotata già di un certo carisma e già abbastanza matura, si ritiene che abbia ancora un certo percorso da compiere e a mio avviso, con più di qualche dubbio per il futuro. Una certa “solidità” comunque l’ha trasmessa: dal programma proposto, al tocco usato in certi brani che classificherei “di confronto”, da “banco di prova” o da “trampolino di lancio” (la Sonata di Chopin). Il programma è stato il seguente:

L. van Beethoven
32 Variazioni su un tema in do minore, WoO80.
J. Brahms
Sei Klavierstücke op. 118

INTERVALLO

F. Chopin
Sonata in si bemolle minore op. 35
B. Bartók
Due danze rumene op. 8a (1910).

Proveniente da una scuola pianistica ormai affermata e nota, che tuttavia a me non è mai piaciuta e che da esecutore non ho mai stimato particolarmente, con un curriculum musicale di tutto rispetto, collaborazioni autorevoli, vincitrice di master di livello internazionale (al Mozarteum di Salisburgo con il maestro Perticaroli, alla Accademia Chigiana con il maestro Achucarro), di premi ad importanza tutta internazionale (tra gli altri il “J. S. Bach” di Sestri Levante), la Palleschi ha esordito con un Beethoven dalle forti sensazioni di fortepiano. Ottimi sono stati gli staccati, ma presenti qualche imperfezione acustica e una certa carenza di nitidezza, forse causate da una “durezza” espressiva (tecnica?) o più probabilmente date dalla tensione di una sala praticamente piena. Molti musicisti a Perugia, inevitabilmente, subiscono il peso di una piazza importante, di riferimento, datata, “nobile”.  Relativamente al Beethoven del primo tempo, che non entusiasma, segnaliamo infine un cambio dei volumi ben gestito, ben “ingegnerizzato”, e un suono nel complesso omogeneo. Nel Brahms, poi lo spartito favorisce la pianista che esibisce quella citata maturità di lettura e interpretativa e che gli frutta un ottimo esordio del pezzo. Molto bello il secondo studio. L’autore è ora ben riconoscibile, con aperture armoniche sfruttate completamente. Artista e pubblico adesso possiedono un migliore feeling e non si respira aria di banalità esecutiva o interpretativa. Gli aspetti romantici del Brahms sono ben estrapolati ed esaltati. Peccato una perdurante sensazione di “durezza”, compensata da intensità mezzo forte e mezzo piano in cui sonoramente la pianista da il migliore lato di se. Nel complesso rimangono una sensazione di organicità dei sei studi, un “energico”  ricordo del terzo studio, lo spiccato atteggiamento romantico del sesto. Freschezza, pedale parco, insidie ritmiche e frasi contrappuntistiche ben superate, completano un quadro di piacevolezza e accettabilità. Supera con ottimi suoni la “Marcia funebre” di Chopin e desta molte perplessità sul resto e sul presto finale, di cui insuperata resta (mi si permetta ora la reminiscenza forse in questa occasione non troppo appropriata) la esecuzione di Benedetti Michelangeli. Con il Bartók finale la pianista dimostra invece una alta padronanza tecnica dello spartito suonato, una buona gamma sonora e timbrica.  Soddisfa la ritmicità richiesta e connota bene il compositore rumeno. Esalta bene la componente atonale, le aperture armoniche nel forte, l’atmosfera di “sospensione” dei brani. Coglie gli accenti neoromantici, l’anima folkloristica dei due pezzi. Un Bartók perfetto. Varie uscite, un bis clavicembalistico e incoraggianti applausi del pubblico che comprende bene la giovane età della esecutrice.

Giuseppe Marino Nardelli

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