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(ASI) La parola ustase in croato vuol dire insorto. Poglavnik guida o, nell’accezione in uso nello Stato Indipendente di Croazia, duce. Fondatore dei ribelli ustascia è Ante Pavelic, avvocato di Zagabria, dalle forti tendenze nazionaliste. Dopo la militanza nel Partito dei Diritti (gruppo nazionalista sostenitore di una Croazia indipendente), Pavelic è esiliato in Austria.

L’esilio lo allontana dalla sua terra ma non dalle sue idee e dal suo progetto. Pavelic riesce in breve tempo ad ottenere l’appoggio dell’Italia fascista e della Germania nazista. Za Dom Spremni, “pronti per la patria”. Un motto breve ma che racchiude l’essenza stessa di un movimento determinato a cambiare le sorti del proprio popolo, anche con l’uso della forza. Nel 1934, cinque anni dopo la sua nascita, la Ustascia uccide a Marsiglia re Alessandro I di Jugoslavia (insieme al Ministro degli Esteri francese Barthou).

La politica filo occidentale del monarca, l’idea di un rafforzamento radicale dei confini del regno balcanico, la leadership di etnia serba aveva nauseato i gruppi autonomisti croato e macedone, decisi più che mai a sbarazzarsi del sovrano. Il 6 ottobre 1934 un cineoperatore consegnerà alla Storia il primo regicidio documentato su pellicola. L’Ustascia, come visto, nasce in clandestinità e sopravvive grazie alla copertura garantita da Roma e Berlino. Il legame italiani e tedeschi si farà sempre più stretto, fino all’estate del 1941, con l’invasione tedesca della penisola balcanica e la nascita dello Stato Indipendente di Croazia, monarchia retta da Tomislavo III, il Duca Aimone di Spoleto, i cui poteri tuttavia restavano formali. Aimone, peraltro, non metterà mai piede nel suo regno oltre Adriatico. L’attentato ad Alessandro I ha una forte connotazione ideologica ed etnica. E’ il primo passo della lotta degli ustascia per la conquista del potere. Ma è anche un evento che suscita clamore e che costringe gli attentatori a rifugiarsi in porti sicuri. L’Italia offre asilo ad Ante Pavelic. Mussolini, desideroso di sfruttare le divisioni interne alla Jugoslavia per consolidare il potere italiano nello scacchiere balcanico, accoglie il poglavnik e i suoi sodali. A Bonvegno, Borgo Val di Taro e Bardi vengono allestiti appostiti campi per l’addestramento delle truppe; Pavelic soggiorna invece Siena, a due passi dalla centralissima Piazza del Campo. Restio alle apparizioni in pubblico, il duce croato si concentra nel mantenere salde le relazioni con il clero cattolico (cfr. Krunoslav Draganovic, prelato e sodale del poglavnik, nel dopoguerra parteciperà alla fuga attraverso le ratlines di migliaia di ustascia) e con i suoi sostenitori. Il civico 56 di via Cavour diventa crocevia di rapporti, scambi, segnalazioni, raccolta di informazioni, progettazione e pianificazione del futuro assetto dello Stato Indipendente di Croazia. La polizia italiana, che ne garantisce l’incolumità, ha anche il compito di sorvegliare i movimenti suoi e delle persone che si recano a trovarlo. Le indagini per l’assassinio di Alessandro I sono ancora in corso ed è meglio evitare indiscrezioni sul soggiorno di uno dei mandanti in Italia. Pavelic è un tipo diffidente. Per evitare problemi negli scambi di corrispondenza, assume un domicilio fittizio a Firenze presso una signora fiorentina che gli fa recapitare lettere e messaggi.

Nel 2008 per le edizioni Kappa Vu esce il volume di Massimiliano Ferrara Ante Pavelic il duce croato. Otto anni prima, nel gennaio 2000, l’autore scrive a Montanelli (allora curatore de La stanza di Montanelli, rubrica del Corsera) il quale, di fronte alla notizia del soggiorno senese di Pavelic, resta dapprima sorpreso poi, come nello stile del grande giornalista italiano, propone a Ferrara (allora studente) un ritratto particolare del poglavnik. Nel 1934, poche ore dopo l’omicidio di Alessandro I e del Ministro Barthou, Montanelli ed alcuni suoi colleghi vengono arrestati in un caffè di Parigi. Convinti che mandante dell’attentato sia Regime di Mussolini, i gendarmi catturano e malmenano gli ignari italiani. L’episodio è un piccolo spaccato della situazione diplomatica del 1934: la Jugoslavia che, come altri paesi dell’Est, cerca il sostegno delle potenze occidentali per evitare di finire nell’orbita della Germania e dell’Italia. Montanelli prosegue nel suo racconto ricordando il suo primo, vero incontro col Poglavnik. Era il ’42 e Ante Pavelic, padre padrone di Croazia, non nascondeva al corrispondente i metodi crudeli coi quali gli ustascia trattavano i serbi. Due cose colpirono Montanelli: gli occhi, grandi e pelosi e le orecchie, quelle stesse orecchie che molti anni dopo permetteranno al giornalista di riconoscere il latitante, criminale di guerra Pavelic in Argentina. Ma l’aneddoto proposto a Ferrara ( “non adatto ad una tesi di laurea” ) contiene anche un’altra verità, forse ben più importante dell’aspetto o del carattere del leader dello Stato Indipendente di Croazia: [cit.] Ma i reciproci trattamenti erano quelli, che poi dovettero pagare gl' italiani d' Istria e Dalmazia nelle "foibe" in cui gli altri italiani, quelli delle brigate comuniste, aiutarono i "compagni" titini a seppellirli. […] I tentativi occidentali di influenzare la politica slava sono stati vani e si sono scontrati con secoli di rancori e divisioni che affondano le proprie radici nello humus culturale e storico balcanico. Le ideologie del Novecento non hanno fatto altro che accentuare odi mai sopiti che hanno trovato sfogo nel lager ustascia di Jasenovac, nella pulizia etnica condotta da Tito contro le genti italiane e nelle fosse comuni di Milosevic e dei paramilitari serbi a fine Anni Novanta. di Marco Petrelli Bibliografia essenziale:

  • Il Fascismo e gli ustascia di Pasquale Iuso (Gangemi editore 1998)
  • Ante Pavelic il duce croato di Massimiliano Ferrara (ed. Kappa Vu 2008)
  • Archivio Storico del Corriere della Sera I miei incontri con Ante Pavelic Indro Montanelli (Gennaio 2000)
  • Ustascia. Gli uomini di Ante Pavelic che sognarono una Croazia libera di Adriano Bolzoni (Roma, ed. Settimo Sigillo, 2000).

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