(ASI) Ci sono fotografi che raccontano il mondo, e altri che lo mettono in discussione. Oliviero Toscani appartiene alla seconda categoria in quanto non si è limitato a mostrare, ma ha provocato, interrogato, costretto a pensare.
Per lui la fotografia non è mai stata solo estetica, ma un atto di comunicazione. Le sue immagini non chiedono di essere semplicemente guardate: pretendono una reazione.
Nel corso della sua carriera, ha rotto schemi e convenzioni, portando la fotografia nel territorio del dibattito pubblico. Dalle campagne di Benetton negli anni ’90 ai progetti più recenti, ha affrontato temi come la guerra, il razzismo, la pena di morte, l’identità.
Ha usato il colore, il contrasto e il volto umano per raccontare la realtà senza filtri, spingendo lo spettatore a confrontarsi con ciò che spesso preferirebbe ignorare.
Ho avuto il piacere di incontrarlo a Milano, e in quella occasione gli ho mostrato il mio catalogo fotografico, sul quale ha scritto anche un testo, insieme a quelli di altre personalità. È stato gentile, diretto, amicale — un vero Maestro.
La sua presenza, la sua energia e la sua schiettezza mi hanno colpita profondamente. In pochi minuti ho percepito la stessa forza che emerge dalle sue immagini: quella di chi non teme di dire, di mostrare, di scuotere.
C’è chi lo ha amato e chi lo ha criticato, ma nessuno è rimasto indifferente.
E forse è proprio questo il senso profondo della sua arte: una fotografia che non consola, ma risveglia.
Oliviero Toscani ci ricorda che la fotografia può essere bellezza, ma anche verità; che un’immagine può diventare una voce, un grido, un pensiero.
E in un mondo in cui troppe immagini scorrono senza lasciare traccia, la sua forza sta proprio nel fermarci — nel costringerci a vedere davvero.
Elisa Fossati
*Fonte Foto: Elisa Fossati.




