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(ASI) Tra circa un mese verrà inaugurata a Loiano la mostra curata dal Centro di raccolta e documentazione della religiosità popolare e dal Gruppo di studi Savena Setta Sambro “Minima Devotio”.


La professoressa Maria Cecchetti che per anni ha insegnato nei licei e che ha collaborato con vari musei, in particolare con il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, ne è la curatrice ed in anteprima mi ha concesso la possibilità di visitarla.
“La mostra è divisa in 3 sezioni: nella prima sezione sono raccolte opere che testimoniano della devozione nelle case, nella seconda sezione troviamo testimonianze di devozione lungo le vie (pilastrini, edicole votive), e nella terza infine sono esposti oggetti che parlano della devozione personale, ovvero di quelle piccole cose che le persone portano addosso (santini, medagliette).
In tutta la mia vita ho cercato di raccogliere oggetti locali provenienti da località relativamente vicine ma sono riuscita ad acquistare molte cose all’estero per esempio in Francia” mi dice.
Nella prima sezione l’occhio si posa su numerosissime Oleografie. Ma cos’erano in realtà? L’oleografia era un sistema di stampa molto diffuso nell’800 che riproduceva la pittura ad olio. Liepmannper nel 1822 presentò questa tecnica cromolitografica impiegata per ottenere la riproduzione di un dipinto ad olio che risultasse simile all’originale. La stampa era impressa su carta particolare che aveva l’impronta di una trama di tela o dei rilievi delle pennellate.
Tutte le oleografie presenti nella sezione riproducono immagini sacre: la Vergine col bambino, Gesù nell’orto degli ulivi, l’Annunciazione, ed i vari santi per esempio san Francesco che abbraccia il Crocifisso oleografia su carta della seconda metà del XIX° secolo nella quale si vede il santo nell’atto di abbracciare il Corpo di Gesù che si stacca dalla croce per abbracciare a sua volta Francesco.
E tra oleografie, santini della prima comunione ed ex voto, attira la mia attenzione la leggenda di sant’Eligio protettore degli orafi, fabbri ed in genere di coloro che lavoravano i metalli. Eligio di nobile e ricca famiglia abbandonò gli agi per vivere nel bosco senza nulla. Compì miracoli e conversioni.
Sant’Eligio (che nella storpiatura popolare diventa Alò, forse dal francese Elois) è ancora ricordato dai vecchi bolognesi e modenesi in una buffa cantilena per bambini che diceva, fra l’altro “Sant’Alò, prémma al murè po’ al s’amAlò e al caschè zò da la schèla ch’al ridiva ch’al sé sbudlèva”.
Questo detto popolare ha un’origine contesa tra varie regioni italiane ed altrettanto variamente è riferito ad ipocondriaci o a chi vorrebbe sovvertire l’ordine delle cose. Di solito pronunciata sospirando esprime uno stato d’animo desolato in presenza di una situazione illogica che deve essere gestita con pazienza superando a volte sconforto e rabbia, chiedendo quindi l’intercessione di un santo.
Nella seconda sezione, quella dedicata alla devozione lungo le vie ampio spazio è dato ai pilastrini ed alle immagini votive che si potevano incontrare lungo le vie. Le campagne e le montagne del bolognese sono disseminate di queste caratteristiche colonnine in mattoni o in pietra arenaria sormontate da piccole edicole a forma di tempietto che racchiudono immagini sacre. Le origini si fondono mixando fede, tradizione e cultura popolare e rappresentano ancora oggi un patrimonio unico che testimonia la profonda religiosità che nei secoli ha caratterizzato la vita dei paesi. Li si trova ovunque: lungo le strade, nei crocicchi, nelle campagne più lontane e nessun pilastrino è lì per caso ma risponde a ragioni profonde originate dal desiderio di affidare a Dio la sicurezza della famiglia, il cammino del viandante e la prosperità dei campi coltivati.
Attorno ad essi si riunivano le comunità per recitare il rosario o per festeggiare alcune ricorrenze religiose particolarmente importanti. Per capire l’origine dei pilastrini bisogna tornare indietro alla storia precristiana, infatti nel mondo pagano queste edicole avevano la funzione di consentire al viandante di invocare l’intercessione delle anime dei defunti poste a protezione dei crocicchi stradali col compito di indicare la giusta direzione. Nel bivio era necessario essere assistiti dalla divinità per scegliere la strada giusta ma anche per essere protetti da eventuali incontri con ladri e banditi. L’eventuale lucerna visibile da lontano nel buio della notte era un punto di riferimento ed orientamento. Con l’avvento del cristianesimo i pilastrini furono opportunamente modificati per rendere più sicuro il cammino dei pellegrini diretti a Roma. La Chiesa non ostacolò mai la diffusione di questa forma di religiosità popolare e le piccole cappelle votive prevalentemente collocate all’inizio dei borghi rurali o delle masserie più isolate continuarono a riunire in sé le caratteristiche della devozione religiosa unitamente alle esigenze di pratica utilità. In alcuni paesi, l’usanza di collocare un lume o una lampada davanti all’immagine della Vergine, fa sì che ancora oggi essa sia venerata come “Mater divini luminis”.
Sorprendente è vedere nell’ultima sezione vecchie foto di bambini del luogo indossare lunghe corone fatte di “zuccherotti” tipici biscotti friabili della tradizione dell’appennino tra Emilia e Toscana. Venivano preparati ed offerti agli ospiti per celebrare feste importanti quali Natale, Pasqua e soprattutto in occasione dei matrimoni insieme a bomboniere e confetti in segno di buon augurio.
Appuntamento quindi a Loiano per ritrovare la storia della devozione dei nostri nonni.
Ringrazio la prof. Cecchetti per avermi dato preziose informazioni in vista della stesura dell’articolo.

Donatella Arezzini per Agenzia Stampa Italia

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