(ASI) Se c’era la piazza, ci sarebbe stato anche lui. Lui c’era a prescindere: della gente, delle domeniche, delle feste, e dei colombi che s’alzavano in volo al suo lento passare da un lastrone all’altro, con un nugolo di palloncini colorati assicurati ad una mano da una selva di fili, e la miriade di girelle che era un miracolo a vedergliele tutte nell’altra mano. Se ne stava lì dal primo pomeriggio, spuntato non si sa da quale via del centro, e scompariva a sera, per ritornarci nel mistero delle ombre che calavano di botto. Se poco poco tardava, la piazza appariva desolatamente vuota, anche se c’erano ragazzi a correre sotto lo sguardo vigile di mamma e papà. Ma se c’era, la piazza appariva gremita, anche senza nessuno.

Perché lui era la piazza, come l’edificio con i merli a lato della Chiesa, sulla terrazza del quale, nelle solennità, si tirava la tombola popolare; come gli uomini di bronzo del D’Antino al centro delle due fontane; come lo storico Bar Nurzia dalle cui vetrine lo si poteva tenere d’occhio. Lo conoscevano tutti con il nomignolo di “Collega”: non si sa perché, non si sa di chi. Sicuramente era stato il collega di qualcuno, magari in un’altra vita che s’era lasciata alle spalle non si sa quale secolo prima. Perché Collega appariva carico d’anni come Matusalemme, pur senza invecchiare mai. Si diceva fosse venuto di lontano, forse da un paese della Ciociaria, in un anno imprecisato che doveva affondare i suoi giorni nella fantasia immemore della gente, che lui salutava con gentilezza come un cavaliere d’altri tempi che al posto dell’alabarda e della mazza teneva girelle e palloncini e in luogo dell’elmo con la feritoia teneva un cappellaccio a tese larghe che quasi gli coprivano le spalle ingiacchettate strette come da cotta ferrata.

Con la sua mercanzia di colori e di vento, Collega si portava, strategicamente, là dove intravvedeva fanciulli e ragazzi gridare al cielo la loro verde età. Allora la sua voce d’angolo acquisiva toni suadenti mentre lanciava il suo singolare spot pubblicitario: “mettete a piagne (mettiti a piangere) che mammina te lo compra”, ripetuto all’infinito, come un disco con la punta ferma sul solco, fino a che una girella o un palloncino non passavano dalla sua mano a quella dei bambini acquietati. Aveva i piedi piatti ma non lo dava a vedere. Sotto il nugolo di palloncini lui sembrava volare come una mongolfiera, e le girelle al tenue alitare dei fiati, sembrava gli dessero la spinta anche se vento non c’era.

Mettete a piagne che mammina te lo compra”. La piazza se ne riempiva come fosse la sola voce a levarsi, anche nelle domeniche quando ad essa si aggiungeva il traballare del piccolo motore che tostava, spandendo odore soave, le noccioline americane (che brutta sensazione, oggi, a sentire chiamare arachidi) della banca venuta da fuori, e lo sfrigolio dello stecchino lungo che si gonfiava, in punta, profumando di dolcezza l’aria, della calda e vaporosa bambagia di zucchero filato. Lui era sempre il re della piazza. Anche quando i ragazzi sedevano irrequieti davanti al teatrino dei burattini dei fratelli Ferraiolo, a lato della fontana alta, e sembravano averlo dimenticato.

Volando sotto i palloncini, allora, Collega si posizionava anch’egli davanti al teatrino, per ridere con i ragazzi alle gesta di Pulcinella, tra languori amorosi e bastonate della moglie Zeza, e fughe affarraginate all’arrivo dei carabinieri. Calato il siparietto di tela rosso, Collega discretamente si allontanava, per permettere ai teatranti la vendita dei burattini, esposti in bella vista sotto il palchetto. Fuori stagione, quando in città s’accorciavano i giorni e il sole anzitempo ammoriva, mentre la piazza si svuotava di altri venditori di trastulli e dolciumi e il teatrino dei burattini scendeva al Sud in cerca di piazze ancora calde di sole, Collega restava là, con la sua mercanzia povera fatta d’aria e di nulla aspettando famiglie sempre più rade, solo un po’ immalinconito, non per i ricavi scarsi, ma per l’ansia di trattenere in gola la cantilena che lo aveva reso famigliare: “Mettete a piagne che mammina te lo compra”.

Una segreta, insistente speranza mi colse nei giorni primi del mio ritorno all’Aquila: quella di portare i miei figli in Piazza perché godessero dello spettacolo del venditore dei palloncini, gentile come un cavaliere d’altri tempi, che viveva solo per regalare sorrisi ai ragazzini irrequieti. Trovammo solo, era luglio, la banca dello zucchero filato e delle noccioline americane (cui si era aggiunta, alla moda, quella delle crepes alla nutella) e il teatrino dei fratelli Ferraiolo con le sedie quasi tutte sgombre, ché i ragazzi ormai gli preferivano film e giochi davanti al televisore. Collega non c’era. Se n’era volato via, un giorno, con la sua mongolfiera di palloncini colorati spinta dal vento delle girelle, e s’era perso per sempre. Il venditore di sogni aveva raggiunto finalmente la sua casa vera, da qualche parte del cielo, sopra qualche nuvola bianca che, da allora, non si tramuta mai in pioggia per tenerselo stretto.

Mario Narducci

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