(ASI) Quando la vita di ciascuno di noi non presenta più quei limiti di dignità, di speranza, di vitalità che sono il minimo necessario per proseguire in un cammino che è e deve essere comunque di lotta, di conquista e di affermazione, allora non solo è lecito, ma è logico ed accettabile pensare di porre fine ad un’esistenza senza attendere supinamente che le circostanze ci conducano ad un’inutile sofferenza, al degrado fisico e psicologico ed all’abbrutimento che ne è l’inevitabile conseguenza. Anziché sottostare ad una natura matrigna che ci umilia e ci degrada, è più dignitoso esercitare un atto di forza, di volontà e di orgoglio per decidere noi e non le circostanze come e quando porre fine ad una vita che non ci dà più la soddisfazione di esistere!

Da sempre l’Uomo si è ribellato alla natura ed ha cercato in tutti i modi di dominarla per affermare se stesso e per emanciparsi dalle sue leggi ed a maggior ragione quindi è giusto che tenti di sottrarsi al degrado cui essa lo sottoporrà nella vecchiaia.

Rientra nell’ideale eroico della vita il volerne essere il solo padrone e decidere autonomamente, secondo i parametri della propria filosofia, quando essa non è più degna di essere vissuta e deve essere terminata.

Il gesto del suicidio non è viltà, ma coraggio, non è indifferenza, ma amore verso una vita come era e come non è più a causa del degrado cui è giunta. Il coraggioso sa lottare, il coraggioso sa perdere, il coraggioso sa morire!

Analizziamo ora il suicidio sotto gli aspetti giuridico, etico e morale-religioso.

Giuridicamente, la competenza ed il diritto della legge terminano laddove inizia il privato e dove il privato non reca nocumento alla società in cui il cittadino vive.

Ciascun membro della società ha con essa un patto per il quale concede alcune sue libertà in cambio dei vantaggi del vivere in società, ma in questo patto non è compresa la proprietà della propria vita che resta di esclusiva pertinenza dell’individuo.

Se ne deduce che da un punto di vista giuridico, non esiste alcuna giustificazione alla proibizione dell’esercizio del suicidio di un cittadino che con questo atto non nuoce a nessuno e non lede i diritti altrui.

Lo Stato non si può sostituire alla volontà del singolo nell’esercizio della sua azione privata e pertanto non ha la giustificazione giuridica per proibire l’esercizio del suicidio.

Da un punto di vista dell’etica nessuno a parte il soggetto, ha la facoltà e l’autorità morale per determinare quale debba essere l’atteggiamento di un individuo relativamente alla scelta di vivere o di morire perché la vita è un bene assolutamente individuale la cui gestione è nelle valutazioni e nelle decisioni soggettive dell’individuo stesso senza che la società abbia né competenza, né autorità per determinarne la natura.

L’etica riguarda i rapporti degli uomini tra di loro e mai invece quelli dell’uomo con se stesso per i quali egli è il solo giudice competente.

Quanto poi alla morale religiosa cristiana, qui in rapporto al suicidio, siamo di fronte ad una grossa ipocrisia e ad una contraddizione della stessa dottrina.

Da sempre ci viene sbandierato il principio del “libero arbitrio” come il più grande dei doni che Dio ci ha fatto per renderci liberi e diversi dagli animali e dalle piante.

Ora, anche considerando che per il cristianesimo il suicidio è un peccato mortale, resta il fatto che né Dio stesso per sua propria volontà, né la chiesa, a maggior ragione, possono derogare dal diritto concesso all’uomo di essere libero di scegliere tra il bene ed il male e pertanto non possono imporre ai credenti ed a maggiore ragione ai non credenti, di non decidere di suicidarsi.

La contraddizione sta nel fatto che la chiesa cattolica pretende che lo Stato non legittimi il suicidio imponendo di fatto ciò che neppure Dio stesso ha voluto imporre!

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