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(ASI) In due giorni dell’anno, uno verso la fine di dicembre e uno verso la fine di giugno, l’asse terrestre raggiunge il massimo grado di inclinazione rispetto al Sole.

Quando il Polo Nord punta verso il Sole, nell’emisfero boreale viene la giornata più lunga e la notte più corta dell’anno. Questo è per loro, il Solstizio d’Estate. Invece, per gli abitanti dell’emisfero australe, è il Solstizio d’Inverno. Sei mesi appartengono alla luce e sei mesi alle tenebre. Il trionfo del Sole intorno alla data del 21 giugno, nell’apice della sua durata, lentamente inizierà il suo declino fino ad arrivare al Solstizio d’inverno dove la notte sarà più lunga del giorno. Sempre per Agenzia Stampa Italia, avevo scritto lo scorso 21 dicembre, “Festeggiare il Solstizio per riavvicinarsi alla Natura” (1) con l’auspicio di ritrovare – anche nell’uomo della modernità - i significati di queste antiche feste rituali. Un rilevante passo per ricostruire l’importantissima unione con la Natura. Nel Solstizio d’inverno avremmo dovuto piantare il seme per un rinnovamento interiore ed esteriore. In estate, dove le forze della natura diventano sempre più attive, dovremmo raccogliere il seme piantato e tirare le conclusioni dei buoni propositi formulati. Questo “è tempo in cui possiamo ricevere il massimo della potenza solare: la mistica forza che unisce cielo e terra è ora più forte. Questa verità era conosciuta dagli antichi popoli che pare fossero a conoscenza del fatto che le “ley lines”, le misteriose linee energetiche che solcano la superficie terrestre aumentano la loro carica energetica tramite la potenza solare. Anche monumenti come menhir, dolmen e cerchi di pietre erano forse focalizzatori artificiali del sistema energetico terrestre” (2). “Nel Cristianesimo sono le feste di San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista a essere in rapporto con i due Solstizi. (…) Così i due San Giovanni hanno sostituito Giano, anche se la ricorrenza solstiziale di dicembre si è andata complicando, perché alla festa giovannea si è sovrapposto lo stesso Natale e il Sole nascente è diventato, come doveva diventare, il simbolo del Cristo Bambino. La somiglianza fonetica tra Janus (Giano) e Joannes (Giovanni in latino) è evidente e porterebbe a ritenere che la collocazione delle feste dei Santi Giovanni in prossimità dei due Solstizi non sia stata casuale, ma servisse non tanto a cancellare il culto arcaico, quanto a “riscriverlo” in termini cristiani. In effetti era alquanto arduo sradicare un costume tanto profondo: gli uomini vivevano i Solstizi in maniera coinvolgente, ritenendoli momenti di transizione, nei quali era possibile trasformare e sviluppare la loro condizione interiore; una sorta di transito verso presupposti migliori”(3). Nelle civiltà precristiane, i giorni che andavano dal 19 giugno al 25 giungo, venivano considerate sacre. Sin dall’antichità, infatti, diverse culture, dall’Oriente all’Europa, dall’Americhe all’India, celebravano riti che crescevano il senso di comunione con la Natura e creavano un senso di interazione ciclica tra Cielo e Terra. L’evento era simboleggiato tradizionalmente dal matrimonio del Sole e della Luna: mezzogiorno del cosmo dove i due astri, uniti nelle nozze, spargevano le loro energie. Nella religione greca antica i due solstizi erano chiamati “porte”: “porta degli Dei” l’invernale e “porta degli uomini” l’estivo. “I Solstizi erano dunque simboli del passaggio o del confine tra il mondo dello spazio-tempo e lo stato dell’aspazialità e dell’atemporalità. Per la prima porta solstiziale, quella estiva, si entrava nel mondo della genesi della manifestazione individuale, per l’altra invece, si accedeva agli stati sopraindividuali” (4). Guènon sosteneva che questo simbolismo non era solo Greco: “Si tratta di una conoscenza tradizionale che concerne una realtà di ordine iniziatico, e proprio in virtù del suo carattere tradizionale non ha né può avere alcuna origine cronologicamente assegnabile. Essa si trova dappertutto, al di fuori di ogni influenza greca, e in particolare nei testi vedici, che sono sicuramente di molto anteriori al pitagorismo; si tratta di un insegnamento tradizionale che si è trasmesso in modo continuo attraverso i secoli (…)” (5). In questo periodo era consuetudine accendere grossi fuochi in Montagna, documenti del XVI secolo testimoniano tale abitudine in quasi tutti i paesi della Germania. I rituali intorno al fuoco erano connessi alla fertilità del raccolto, alla salute e alla buona sorte. Nel nord Europa, in Scandinavia il fuoco solstiziale, era il fuoco di Baldur, figlio di Odino. “Se i nostri più antichi e persistenti interessi sono anche i più profondi, ne consegue che uno dei bisogni più pressanti dell’essere umano è quello di osservare e seguire i ritmi della natura e del cosmo” (6). Le celebrazioni tradizionali del Solstizio, come le altre del ciclo annuale, sono una ricchezza culturale e spirituale molto preziosa. Una sensibilità essenziale per attenuare le conseguenze devastanti verso l’ambiente naturale che ci circonda e, perché no, anche verso noi stessi.

 

Note:

(1)   http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1375:festeggiare-il-solstizio-per-riavvicinarsi-alla-natura&catid=40:cultura&Itemid=127

(2) http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Ruo_Litha02.htm

(3) Maria Grazia Cittadini Fulvi – Vania Gasperoni Panella, “Dal mondo antico al Cristianesimo. Sulle tracce di Giano”, Morlacchi Editore, Perugia, 2008

(4) Alfredo Cattabiani in “Solstizio d’estate”, http://www.centrostudilaruna.it/solstizio-destate.html

(5) René Guénon, “Simboli della Scienza sacra”, Adelphi, Milano, 1997

(6) Richard Heinberg, “I Riti del Solstizio”, Mediterranee

 

 

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