Racconto di Fantascienza di Claudio Pauselli pubblicato in esclusiva da Agenzia Stampa Italia
Punto I.
La prima volta che incontrai la Fortuna fu quando facemmo campo su Achednar IV.
Avevamo avuto una base efficiente, laggiù, una volta, ma adesso non c’era che una vecchia piattaforma d’atterraggio in disuso, retta, al di sopra delle rovine del resto dell’installazione, da un massiccio stelo in cemento armato, ormai fatiscente anch’esso, però. Io ero di guardia di fuori, nel perimetro esterno: proprio vicino alle navi.
I soli della nebulosa Trifida, mi riempivano gli occhi di bagliori di fuoco e la foresta che ci circondava era incappucciata di un lucore argenteo.
Dov’ero, proprio sopra ad uno dei balconi di tiro, tutto era nel buio.
Le navi parevano mostri irreali, sagome bizzarre di carta scura, stagliate contro lo scintillio smeraldo della nebulosa.
Una luna enorme, sanguigna, mi strizzava l’occhio, impudente.
Io ci vedevo, in quella sua luminosità sfrontata, lo sguardo di una donna sensuale e dispotica che avevo incontrata, una volta, in un alveare e che non ero mai più riuscito a scordare.
Poi, Lei mi apparve davanti ed era più evidente del sogno, ma non meno immateriale.
Forse per questo mi parve la donna più bella che io avessi mai visto.
Ci fu come una cascata di finissime stelle sanguigne che si decolorò in un bianco abbagliante e sparì verso il cielo.
Ciao, io sono la Fortuna – mi disse.
Ciao, io sono un soldato – le risposi, sorridendo, rapace.
Il vestito che indossava concedeva ampia visuale sul contenuto e la fantasia era libera di concentrarsi su ben altri particolari.
C’è qualcosa che io possa fare per te?
Mi venne da ridere: cavolo, se ce n’erano, di cosucce, ma trattenni quello che mi venne in mente e le chiesi.
- Del tipo?
Sul suo bel volto si disegnò, per un attimo, lo stupore, ma poi tornò a sorridermi, invitante.
- Non hai ambizioni; desideri inappagati? O che altro..? Io posso tutto!
Sul serio? – le chiesi e mi volsi un attimo verso le astronavi: per vedere se arrivava qualcuno.
Io verrò a te tre volte, questa volta compresa e, ogni volta, esprimerai un desiderio, che io appagherò...
Sorrisi e buttai all’indietro il tozzo prisma d’acciaio e polimeri del mitragliatore,
Allora, fammi diventare il comandante di questa Corsa.
La sua evidenza tremolò un poco, mentre, con un largo sorriso, mi rispondeva:
Come vuoi, sarà!
E spariva.
Punto II.
Eravamo in guerra con i Vandor da circa vent’anni.
Fu un lungo e maledetto rimpiattino per la galassia fino ai loro sistemi d’origine.
Achednar IV era l’ultimo balzo, prima dei loro mondi-nido in quel settore stellare.
All’ombra delle navi, gli uomini della nostra Squadra di Sterminio si stavano preparando con solerzia.
Sei grossi gravitovelivoli da combattimento, con le striature mimetiche a tre tonalità di verde sulle fusoliere bombate, le strisce colorate e sgargianti sui bulbi dei propulsori e gli stemmi multicolori di unità, stampigliati sulle derive, attendevano, a portelloni aperti, che noi vi saltassimo dentro per prendere poi posto nei bozzoli: i nostri moduli da combattimento individuali.
Vidi il Capitano prendere posto sul numero uno e mi accorsi dei segnali rabbiosi dei sergenti al nostro indirizzo, dopo averlo aiutato a sistemarvisi dentro.
Saltammo a bordo, come se non avessimo aspettato che quel momento, in tutta la nostra vita e corremmo quindi ad infilarci nei bozzoli.
E subito fummo in volo.
La foresta pareva come squarciarsi, man a mano che i nostri aeromobili antigravitazionali vi scivolavano sopra.
Poi accadde che trovammo l’obiettivo.
I velivoli s’immobilizzarono di colpo e, tutti assieme, presero a martellare una postazione di Vandor.
Passò una buona mezz’ora e poi scattarono in avanti: sulla verticale della posizione nemica.
Il grigio sporco dell’incendio saliva su quell’atmosfera violacea e si stagliava contro il sole inanellato di Achednar IV, mentre un altro, giallo e più piccolo, denominato semplicemente Junior, se ne stava ancora nascosto, in attesa di sorgere, oltre la jungla: verso nord.
I nostri bozzoli gravitazionali scivolarono sulle rotaie di lancio, scaricandosi oltre le fusoliere.
Davanti a me, c’era il comandante in persona.
Il suo bozzolo, con lo stemma personale stampato sul lato destro della fusoliera ovoidale, scendeva dritto sul nemico.
Lo seguii, come anche tutti gli altri fecero, mentre un nugolo di dardi lucenti a assassini cadeva su di noi dalla foresta.
Joma, alla mia destra, esplose e così un altro sopra di me.
Mi spostai, ubbidendo ad un istinto subdolo, proprio sotto al comandante e mi trovai a volare al livello delle chiome degli alberi.
Superai a tutta velocità una zona di macchia piuttosto fitta e, mentre mi trovavo a sorvolare un raro spiazzo pianeggiante, liberai d’istinto tutti i razzi di cui disponevo contro una tozza torre, dalla sommità emisferica, che pareva corrermi incontro da oltre un'altra zona di fitto intrico vegetale.
Sempre senza pensare, lanciai il bozzolo a picchiare contro il fogliame sino ad arrivare rasoterra ed a piazzarmi a ridosso di grossi tronchi d’albero, sradicati, ma ancora imponenti.
Ci fu un boato assordante ed il cielo si tinse di rosso.
La foresta parve annerire e, di colpo, prese a bruciare furiosamente.
Feci scattare il bozzolo verso l’alto: sopra l’erba in fiamme ed i tronchi divelti, che prima mi avevano ben protetto, ma che, adesso, percossi dallo spostamento d’aria di quell’esplosione terrificante, volandosene via, rischiavano di farmi secco.
C’erano altri ragazzi attorno a me, che avevano imitato la mia manovra e, subito, attaccammo battaglia, scaricando lanciafiamme e cannoncini contro alcune unità gravitazionali Vandor, che ci si lanciarono contro da posizioni mimetizzate.
Stavamo andando bene quando, dagli aeromobili, richiamarono i bozzoli.
L’azione era conclusa e potevamo andarcene.
Me ne stavo al bar della mia astronave.
Alla nave comando si contavano le perdite,
Era stata un’azione dura, quella e pareva dovessimo starcene un po’ tranquilli: tanto per laccarci le ferite.
Mentre stavo bevendo un succo d’uva carminia, un sottufficiale con le mostrine rosse, un anziano, mi si fece innanzi; mi squadrò come se gli facessi schifo e poi, senza dir nulla, mi appiccicò sulle spalline le mostrine con le quattro strisce nere in campo oro, sormontate dall’aquila: il segno del comando.
Il Parlamento degli Anziani ha scelto te: sei il nostro nuovo comandante.
Non annuii nemmeno: fra noi, soldati della Lunga Corsa, si usava così.
Il migliore e solo il migliore doveva comandare quegli uomini: i migliori soldati della Galassia e doveva essere scelto dai migliori: i sottufficiali anziani della Corsa stessa.
Io ero il migliore.
- Ma dimmi – mi ringhiò contro il sergente, che doveva essere di certo uno di quelli che non aveva votato per il mio nome – Come sei rimasto vivo, se tutti coloro che erano nella tua sezione sono morti durante il primo assalto?
Quando la torre delle munizioni è esplosa ed è stato l’inferno?
Sapevo che mi odiava, così come io avevo odiato l’altro comandante: quello che era stato prima di me.
Quando diventi comandante, trovi sempre qualcuno che ti odia e vuole il tuo posto, perché pensa di essere più in gamba di te.
Ed è questo che manda avanti la Corsa; che la rende letale.
Sorrisi e lo guardai di sbieco.
- Ho avuto un colpo di fortuna – dissi e mi lasciai andare a ridere sonoramente.
Quello mi guardò, facendo appello a tutto il suo autocontrollo per rispettare le norme del Codice dell’Obbedienza.
Alla fine, gli posi una mano sulla spalla, beffardo.
-Tu dovrai aspettare il tuo – gli sibilai.
Punto III.
Era tanto tempo che non facevo l’amore.
Con una donna vera e non con una androide.
E così anche i ragazzi e potevo chiedere al Comando di farci sfogare perché avevamo superato i tre mesi d’azione.
Achednar era stato ripulito.
La mia aquila era rimasta nera, ma le barre al di sotto erano divenute rosse, grazie a quella città nido che avevamo distrutto sulla Luna XII di Achednar II.
Ero così provato che avevo ancora in mente il fischio rauco del gas, che spaccava i gusci e si liberava delle fratture quando i feti, ancora avvolti nell’albume, venivano “scottati” dal fuoco dei lanciafiamme.
Avevo negli occhi il fluido azzurro, che usciva dalle uova e che generava fumi grigiastri a contatto con il fuoco e lo scoppiettio secco dei gusci che, in ultimo, si fratturavano e si accendevano, annichilendosi all’istante in vampate violente e subitanee.
Così chiamai il Comando e feci la mia richiesta, ma il Generale mi guardò con espressione spietata.
- Avete fatto un buon lavoro – mi disse – ma c’è dell’atro,
Voi avete fatto saltare Achednar e Achednar era il catenaccio.
Non posso che affidare a voi, che siete già in zona, il resto dell’impresa.
Nessuno saprebbe svolgerlo meglio.
Ripulite il vostro settore: non ci impiegherete che un paio di mesi.
Allora richiamate ed avrete un alveare di prim’ordine tutto per voi.
Gli uomini detestavano i ritardi nel divertirsi.
Era gente cui piaceva combattere, ma che, come ogni soldato, ama rischiare al gioco i suoi soldi a fine mese ed annegare nell’amore fino a morirne, quasi.
E così ero anch’io, maledizione.
Non dubitavo che avrebbero obbedito: sapevo che avrebbero adempiuto la missione da pari loro, ma ero altrettanto sicuro che, alla fine di quel compito, mi avrebbero tirato una palla nella schiena senza rimorsi.
Un capo può fallire, ma non deludere.
Così, seduto nella cupola di navigazione, aggrappato al visore del telescopio astrogatore, puntato sulla Gamma della Trifida, pensavo che quel che mi ci voleva era un bel colpo di fortuna.
Il volto di Lei mi apparve ben oltre la visione che rimandavano le lenti televisive dell’obiettivo dell’apparecchio e, come sempre, mi sorrise.
- Come vuoi, sarà – mi disse nella mente.
Un soldato mi raggiunse gridando, sovreccitato.
La astronavi stavano già cambiando rotta per dirigere su di un nuovo punto bersaglio, lontano da noi, nello spazio.
La sagoma elegante della grande astronave da crociera, si profilò sui nostri video tattici con un’evidenza che sapeva d’irreale.
Dalla nave, come ci videro, compresero le nostre intenzioni e spararono, ma le nostre batterie li ridussero presto al silenzio.
- Pronti all’abbordaggio! - urlai negli interfoni e vidi gli uomini di turno in plancia sorridermi, soddisfatti.
Li guardai sorridendo, anche io.
- Donne Vere! – gongolai fra me e mi diressi ai miei quartieri, chiedendomi, golosamente, che aspetto avrebbero avuto quelle che mi sarebbero state portate, mentre gli aeromobili da sbarco si lanciavano all’assalto e, gli uomini che ne uscivano, facevano nostro feudo il grande scafo di linea.
Punto IV.
Lasciammo la nave passeggeri libera di riprendere il suo viaggio esattamente una settimana dopo.
Dimenticai la rossa, che aveva rosolato al calor bianco del suo corpo le mie notti e la gheisha di Alpheratz VIII, che aveva reso indicibilmente piacevoli i miei pomeriggi interminabili di sesso o d’ozio e cominciammo a darci da fare per ripulire il Settore Quattordici della Trifida.
Avevamo “arruolato” una cinquantina di “volontari” e così ci eravamo un po’ rifatti delle perdite di quei giorni.
Come soldati non valevano ancora granché, ma avevamo chi puliva i cessi pneumatici ed i condotti di scarico e tanto bastava, al momento.
Come disse a suo tempo il Generale, non impiegammo che due mesi a ripulire tutti e cinquanta i mondi abitati del settore dalla presenza di Vandor e l’Alveare di Vegas VIII ci contattò, pregandoci di raggiungerlo al più presto poiché la XIV Squadra stava già lasciandolo per arrivare nel nostro settore e sostituirci.
Subito, le otto navi della mia Squadra, delle dodici che erano state, scivolarono leggere sulle curvature della spazio-tempo, sinché non lo raggiunsero e la nostra lunga smania ebbe termine.
Stavo godendo appieno la compagnia della Regina, quando il globo di comunicazione, che levitava sulla nostra enorme alcova, pulsò e fu pervaso di una luminescenza multicolore.
Entrò in funzione e vidi il Generale in persona, nella sua tenuta da alto spazio, che mi disse.
- Ragazzi, so che il periodo dell’Alveare è sacro, ma ci serve la vostra Squadra; siamo a ridosso dei mondi originari di Vandor; la loro flotta ce le sta suonando.
Ci servono tutte le astronavi che possiamo mettere in linea, per chiudere questa guerra, oltre alla fortuna..
Non furono certo le parole del Generale, ma fu la parola “fortuna” che mi fece scrollare di dosso il caldo e dolce corpo della Regina per reinfilarmi la calzamaglia termica rossa e chiedere il ricevuto ai sergenti.
Come pensavo, i mondi di Vandor erano annidati nei recessi della Trifida e, precisamente, nel gruppo delle Von Stulche: sette stelle anemiche il cui colore giallo sfumava in un bianco abbagliante.
Ma la nostra flotta era di qua da Teti: la nebulosa che sbarrava l’accesso alle von Stulche e non pareva che alcuno dei nostri facesse a corse per arrivare dall’altra parte.
Raggiungemmo il resto della Flotta all’interno dei flutti gassosi periferici della nebula e cercai, con lo sguardo, i vascelli di Vandor asserragliati sui contrafforti zenitali di Teti, ma sapevo che ci voleva ben altro che gli occhi, per scovarli.
Il Generale di Corsa, chiamatelo Ammiraglio se vi va di farla breve, mi contattò per un consiglio e mi recai nella “cabina degli specchi”, come la chiamavamo.
Laggiù tutti gli schermi s’animarono ed altre otto immagini olografiche presero vita attorno a me.
La discussione verteva sul come fare per sorprendere i Vandor e, soprattutto, evitare il tiro dei loro astroforti corazzati, posti sulla direttrice di rotta principale di Teti ed io dissi subito che, a mio parere, bisognava passare la nebulosa e non aggirarla: passarci in mezzo.
L’idea non piacque a nessuno e proposero un serie di rotte aggiranti che, però, lasciavano al nemico tutto il tempo di inquadrare le squadre impegnate nella manovra e sorprenderle.
Ripetei il mio parere con più convinzione al che, mi chiese Otto Heide, il veterano comandante della XVIII Squadra.
- Vorresti farci credere di essere più in gamba di noi?
Tutti qui hanno almeno dieci anni di spazio, se non lo sai e tutti per questo sanno che una nebulosa con una densità di fattore sette, com’è Teti, non è attraversabile impunemente da astronavi grosse e veloci come le nostre!
Anche gli incrociatori di Vandor la evitano, come la peste!
Ci furono sorrisi sarcastici.
Io, di anni di spazio, ne avevo sette e ne sapevo quasi quanto loro, ma non per questo mi scomposi.
- No. Non mi ritengo più abile dei miei colleghi, signore! – dissi, rivolgendomi direttamente all’ammiraglio – Ho solo.. più fortuna!.
Otto stava per rispondere alle mie parole secondo il suo stile, ma il Generale fece un cenno secco e stizzoso e tolsero il contatto.
Rimanemmo io e lui.
- Se è una pura spacconata, quel che hai detto, te ne farò pentire, Tam – mi disse, guardandomi come se volesse trafiggermi con lo sguardo metallico dei suoi occhi grigi – Procedi pure.
La squadra di Tanner vi seguirà a dieci primi di distanza, per rinforzare eventualmente la vostra azione.
Soddisfatto?
Assentii, salutai e tolsi la comunicazione.
Tornai in plancia e feci muovere la mia Squadra verso la zona più erta di quella scogliera cosmica.
Quella che mi serviva a quel punto era solo la fortuna e, improvvisa, lei mi prese la mente e, attraverso la mente, il corpo.
Sentii la sua anima dentro di me e, attraverso la sua anima, percepii il suo corpo; sentii che mi amava, che godeva del contatto con la mia essenza.
Stavo sdraiato, svuotato da quell’amplesso inusitato, sulla poltroncina di comando e davo di spalle all’emiciclo di plancia, quando ella si levò da dentro di me e mi disse.
- Presto, come desideri, mi avrai – sorrise – Per intanto, come vuoi, sarà! – e disparve.
Mi volsi verso l’emiciclo di plancia: ero scombussolato e stravolto.
- C’è un varco - mi disse asciuttamente il pilota.
- E tu, buttatici dentro – gli dissi, brusco.
Sugli schermi dei radar, vedevo che un’altra squadra, quella di Tanner, ci stava seguendo da presso.
Al nostro zenit, ben lontana dal cuore della nebulosa, la nostra flotta teneva a bada il nemico con un furioso attacco frontale.
Fu così che attraversammo la nebulosa Teti, ne emergemmo, inaspettati come fantasmi e prendemmo i Vandor alle spalle.
Fine prima parte, segue...