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(ASI) Segnalazioni in Redazione. Nelle ultime settimane si fa sentire, dalle voci più diverse, la crescente sensibilità al tema della situazione delle carceri italiane e alla tragedia dell’ergastolo. Ne parla, attraverso le testimonianze dirette di chi ha vissuto o vive la realtà della prigione, Melania Rizzoli nel suo libro Detenuti (Sperling & Kupfer), ma lo ha affrontato anche il giornalista Vittorio Zucconi sulle pagine di Repubblica.

 

Leggendo il libro della Rizzoli ho avuto la conferma di quanto sostengo da anni, e in particolare da quando, come ministro della Sanità, mi sono interessato alle condizioni di salute dei detenuti: nelle carceri si applica una giustizia punitiva e vendicativa, molto lontana dall’ideale di recupero e riabilitazione che dovrebbe essere proprio delle società civili.

Senza contare che una percentuale altissima di detenuti - il 42 per cento, la più alta dell’Unione europea - è in attesa di giudizio. Sono, dunque, presunti colpevoli, ma formalmente innocenti. Vittorio Zucconi, invece, ha puntato il dito sui suicidi in carcere. Perché, si chiede, le centinaia di individui affidati alla nostra custodia, che si tolgono la vita,  non provocano brividi di sdegno o di attenzione?

La risposta è arrivata da Carmelo Musumeci, dalla cella a cui è condannato a vita. “Se s’impicca un detenuto, nessuno ne parla, pochissimi ci fanno caso e tutti rimangono indifferenti. Se invece si impicca un imprenditore, un politico, un banchiere, apriti cielo! Questo perché si può essere criminali ed essere brave persone, invece si può essere perbene ed essere criminali”.

Si può discutere su queste parole, ma le ho riportate perché evidenziano un punto su cui, come cittadino e come uomo di scienza, sono d’accordo: il criminale può essere una persona perbene. Appartengo alla vasta schiera dei sostenitori dell’origine ambientale del male: non esiste la predisposizione genetica al delitto, ma ci sono persone psicologicamente più fragili che vengono influenzate da fattori esterni che le spingono al delitto.

Se accettiamo questo presupposto, allora compiti della giustizia non sono la vendetta e l’estromissione dalla società, ma la rieducazione e il reinserimento sociale. Per questo non possiamo che essere contrari all’ergastolo.

Persino quando la pena riguarda individui che hanno commesso atti orribili, come la persona coinvolta nell’attentato alla scuola di Brindisi. La neuroscienza ha dimostrato che la mente umana si evolve per tutta la vita, può essere plasmata ed educata. Per questo tutti meritano una possibilità.

Umberto Veronesi

Fonte: www.grazia.it

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